sabato, 15 marzo 2008,23:49
Sta li davanti al cestino della spazzatura. Ben vestito: una felpa marroncina. Jeans blu. Capelli ondulati. Lunghi. Barba quasi incolta. Piacevole allo sguardo. Un sacchetto con dentro bottiglie di birra. Piene.
Io cammino piano. Le borse della spesa mi pesano. Sono il doppio delle sue. Mi avvicino all’automobile. Nella mano destra la chiave che tento di premere, con le due dita rimastemi libere, per aprire la serratura automatica delle portiere.
Gli passo vicino e noto che non solo guarda con cura il cestino della spazzatura, ma con le mani ne seleziona anche il contenuto, con attenzione.
Lo sfioro. Quasi. Ci conosciamo di vista perché ci incrociamo di tanto in tanto alla Coop. O al baretto: io per un cappuccino. Lui per una birra extra.
Una volta lo vidi al supermercato che parlava con una commessa. Lei era molto cordiale e lo ascoltava quasi interessata, mentre lui declamava l’inumanità del mondo e la mancanza di correttezza dell’essere umano. Arrivò alla cassa appena dopo di me. Un carrello pieno di cibo. Io. Sei bottiglie di birra. Lui. Gli dissi di passarmi davanti, ma rifiutò. Aveva tempo. Io anche, lo rassicurai. Ma la cassiera mi sorrise e mi fece cenno di non permetterglielo. Poi sottovoce e dolcemente mi svelò che lui necessitava almeno di mezzora per pagare.
Adesso lo incontro davanti a un cestino.
Ci guardiamo negli occhi giusto due secondi. Io accenno un saluto e lui lo scambia per un segnale di partenza.
Quanta roba butta via la gente
Troppa?
Sì. Butta via troppo.
Crede?
Io riciclo. C’è sempre qualcosa da riciclare. Il mondo non lo vuol capire.
Perché?
C’è troppo.
Intanto penso alla mia spazzatura a casa.
Lo saluto e me ne vado.
...
Sono sola sulla mia terrazza. Davanti a me, sulla destra, un sacchetto pulito. Sulla sinistra quello pieno di spazzatura.
Una sigaretta nella mano sinistra. Ho smesso di fumare.
Passo in rassegna uno dopo l’altro tutti i “troppi“ che la mia famiglia ha buttato via. Se ne sarebbero certo potuti evitare un po'. Un po' per un sacchetto da 35 l alla settimana per tante settimane dell'anno fanno tanto. Troppo.
Spengo la sigaretta. Mi caccio su le scarpe e penso che se mi sbrigo, forse, riesco ad andare al baretto...a farmi una birra!
lunedì, 03 marzo 2008,23:30
Le dita scorrono abilmente sul bianco e nero. Ripercorrono una strada conosciuta e assaporata in ogni tempo. Il rumore della città non riesce a sovrastare l’intensità delle note richiamate in vita. Insieme ai ricordi mai sepolti.
I sorrisi e le risate che accompagnano un viaggio per l’ennesimo concerto da non perdere.
Tre per tre amici. Milano Zurigo e ritorno. Dopo. Prima la musica.
Il concerto alla Rote Fabrik. E per quello le ore di viaggio da mettere in conto sono poca cosa. Il piacere che precede l’evento li contagia e aumenta ad ogni chilometro che il treno macina.
Zurigo. Una bella città. La Limmat, il suo fiume. Il suo lago. La lingua sconosciuta ed ostica ai non addetti ai lavori.
E lui.
Il grande amico. Lei. La donna del suo amico.
E le dita sfiorano senza sosta un tasto bianco dopo l’altro. Uno nero, fra l’uno e l’altro.
Cerca i dettagli del viso e li ricalca con la memoria, disegnando i suoi compagni di viaggio ancora una volta.
Lei si faceva già allora. Loro fumavano di tanto in tanto qualche joint.
E il concerto era maledettamente generoso.
Era…
Il ricordo lotta col ricordo. Arrivano le voci ricordate e non volute che aumentano il ricordo stesso. I visi e i volti di quei giorni.
E le dita scorrono sulla tastiera dolorosamente. Mentre la musica intensifica i colori del passato.
Un passato improvvisamente reale.
Dove lui è morto. In un passato molto presente. Di AIDS.
Di lei si dice lasci impronti sulla spiaggia di Ibiza.
(Da e per Franc)
domenica, 29 aprile 2007,23:03
Da domenica a domenica. Quattro ore di andata. Quattro di ritorno.
Il San Bernardino non è trafficato. Quattro ore per pensare a una settimana intensa.
I ricordi fanno a gara per farsi notare. Alcuni sono e rimarranno impressi nella mente a lungo.
Visi, volti e discorsi. Immagini, suoni e sensazioni. Emozioni.
Musica.
I bambini dormono.
Il cellulare collegato all’orecchio, tramite il filo sottile dell’auricolare, mi tiene stretta a due mondi: amici che si allontanano...altri che si avvicinano. Partenza e arrivo.
Come un automa organizzo mentalmente la settimana a venire:
Penso al lavoro che mi aspetta.
Agli impegni.
Agli appuntamenti piacevoli.
Cambio lingua al telefono.
Cambio lingua alla radio.
In macchina.
Perfettamente a cavallo fra due mondi: ho sollevato un piede dall’asfalto a Milano. Non ho ancora rimesso piede al suolo in Svizzera.
Il cervello fa mente locale: la mia inquietudine non mi farà mai fermare.
sabato, 24 marzo 2007,13:07
Il cappuccino era davanti a me. Mi mancava una sigaretta! Ma avevo smesso di fumare da tanto tempo: ben tre mesi. La gente si preparava a concludere la giornata. Io non avevo voglia di seguire il mio destino.
Le borse della spesa , stracolme di una famiglia di quattro persone, erano accucciate ai miei piedi. Stanche.
Mi guardavo intorno. Lingue diverse si incrociavano per la strada. Si salutavano e si raccontavano: è incredibile come si possa mischiare grammatica e vocabolario di più lingue per esprimere cuore o cervello. Una volta lo ritenevo un delitto macchiare la mia lingua madre d’altro che non fosse lei stessa. Ma poi capii l’importanza di comunicare, più di quella di parlare correttamente. E iniziai a mischiare allegramente vocaboli e regole di più lingue. Due o tre. Un carnevale di suoni.
Ma stasera non avevo voglia di parlare. Riuscivo però a ricambiare sorrisi e saluti di chi incrociava il mio sguardo. Apparentemente presente.
Stavo bene.
Ero in pace con me stessa.
Avrei voluto rimanere davanti a quel cappuccino per sempre.
Ma le saracinesche dei negozi mi sbatterono in faccia tutta la verità: era ora di andare!
E andai.
Presi la macchina, mi infilai giù per la Bahnhofstrasse e...non girai a destra. Ma parcheggiai alla stazione.
Un’ora e mezza dopo ero in aeroporto.
Un’ora dopo volavo in alto. Mi sentivo leggera e spensierata. Unico pensiero, il nulla. Se avessi pensato, sarebbe stata la fine per il mio senso di libertà. L’inizio del mio senso di colpa.
La Rambla mi accolse come l’avevo lasciata: un fuoco d’artificio di suoni e colori.
Il caldo di fine estate era lì, ancora molto caldo. Come il calore della sua gente. Mi ci buttai a capofitto e camminai in su e in giù, leggera come una farfalla. Di fiore in fiore. Senza sentire neanche un minimo di stanchezza. Malgrado la giornata alle spalle, il volo, le emozioni.
Il telefonino spento. L’anonimità assoluta. La libertà rubata.
Mi sedetti al tavolino di un bar. Ordinando un bagno di folla. E osservai la gente senza stancarmi. Occhi espressivi, alcuni meno. Capelli di tutti i colori. Di tutte le lunghezze. Abbigliamenti variopinti. Una voliera, colma di uccelli di tutti i colori. Di tutte le grandezze. Liberi o meno di volare nel cielo. Mi piaceva la gente, tutta. Mille spunti per scrivere storie celate da mille cuori e mille pensieri.
Sentii pian piano farsi avanti un languorino allo stomaco: non avevo mangiato ancora nulla. E il cappuccino era di sicuro rimasto all’aeroporto. Mi guardai intorno e in una lingua conosciuta sentii gridare: fame!
Olli mi guardava coi suoi occhioni verdi e marroni.Lo guardai sorpresa. Mi guardò con aria interrogativa.
„Chiama Dodo e il papà. È pronto“.
sabato, 17 marzo 2007,22:50
La piazza è in discesa. O in salita. Un corridoio largo e lungo di sampietrini e case decorate. Negozi e bar. In alto ad essa, la scalinata sul retro della fontana porta all’apice di se stessa, quindi ad un bivio: a destra l’imponente chiesa cattolica, a sinistra il castello. Davanti a se il cimitero...con vista sul lago.
La piazza...
La piazza era vuota. Sentivo solo il rumore dei miei passi e di quelli di mio figlio. Appena uscita dal vicolo, e a due passi da casa. Le lettere gigantesche sovrastavano la base della piazza. Lettere enormi, moderne, bianche, più grandi di un uomo. Ben fissate e impiantate per terra. Fra i sampietrini. Un pugno nell’occhio per l’architettura medioevale della piazza. Per alcuni. Un tocco di arte moderna e di aria fresca. Per altri.
Lettere intercambiabili a seconda del tema del momento...non ricordo il tema di quel giorno. Non ricordo la parola.
Avevo per mano mio figlio. E con la coda dell’occhio vidi una figura avanzare verso il centro della piazza. Sotto le lettere.
La piazza ora non era più vuota.
Io mi trovavo più in basso rispetto alla parola scordata. Non mi voltai.
Vidi vacillare la figura. Mi voltai allora appena appena, mentre camminavo spedita. Pensai a un ubriaco in ritardo sul prossimo bicchiere. O in anticipo.
Poi, mi voltai del tutto, improvvisamente, come per istinto. Giusto in tempo. Giusto?
Non so se sentii prima il tonfo o lo vidi prima cadere. Sentii il rumore della testa colpita dai sampietrini. Era caduto all’indietro.
Aumentai la stretta alla mano di mio figlio e gli dissi che dovevamo andare a vedere se il signore aveva bisogno d’aiuto. Lui voleva proseguire nella direzione iniziata. Ci aspettava un negozio. Mi segui più per la stretta alla mano che per comprensione. Ovviamente. Aveva cinque anni.
Ci avvicinammo. Ero calma e pensavo a cosa avrei dovuto fare. Cercando a raffica nel mio cervello qualche nozione di soccorso dell’unico corso effettuato qualche anno prima.
Mi chinai sul signore. Ordinai con calma a mio figlio di mettersi in un certo punto. Sbagliando. Era la parte della testa. Mi comunicò che c’era sangue intorno. Lo avevo visto anch’io. Gli dissi di non preoccuparsi. Mentre prendevo il telefonino e componevo il numero delle emergenze. Ma non riuscivo a collegarmi.
Presi la mano del signore. Mi fissava negli occhi. Gli chiesi se mi capiva. Se mi sentiva. E se non poteva parlare di provare a muovere la mano nella mia.
Nulla.
Intanto qualcuno era accorso. Una giovane donna cercava qualcosa da mettergli sotto la testa. Non ero molto d'accordo, non volevo muoverlo perché pensavo a possibili fratture o non lo so. Ma dissi a mio figlio di darmi la sua vecchia giacca imbottita e di andare a casa dal padre. Io ne indossavo una di pelle nuova di zecca.
Non obiettò. Mi diede la giacca e corse via.
Il signore continuava a fissarmi anche se era accorso un dottore. Lo tenevo ancora per mano.
Il dottore lo coprì con una coperta arrivata chissà da chi. Non dall’autoambulanza che non c’era. Gli coprì anche il viso.
Mi disse che era difficile vedere qualcuno morire così. Non gli risposi ma lo guardai negli occhi. Non sentivo nulla. Ero calma. Andava tutto bene. Gli ero grata per la sua manifestata empatia, comunque.
Diedi i miei dati personali alla polizia. Non volli sapere chi era. Volevo solo andare a casa.
Volevo togliermi la giacca nuova.
Mio marito andò a lavorare. Io continuai a fare quello che dovevo fare. Parlai con mio figlio con calma dell’accaduto. Volle tornare a vedere il luogo dell’incidente.
Tornammo e ne parlammo. C’era ancora una macchia di sangue sui sampietrini alla base delle lettere. Rimase per giorni...La vidi per giorni.
La sera era calda. I bambini a letto. Mio marito a lavorare.
Presi una bottiglia di non so che. E pensai al signore e alla mia giacca nuova. Pensai agli occhi azzurri del signore. Alla mia mano intorno alla sua.
A quella maledetta giacca nuova.
Alla mattina avevo una giacca vecchia. E un sacchetto per la Caritas. Non ricomprai una giacca nuova.
Gli occhi azzurri davanti ai miei.
Un uomo.
Mesi dopo ricevetti una lettera della figlia, in cui dava un nome, un passato e una storia di vita al signore. La storia di un uomo . Non di un santo.
Con due occhi azzurri...
giovedì, 15 marzo 2007,23:22
Emigrata per alcuni. Immigrata per altri. Migrante. Sono una migrante. Non sono espatriata per necessità, per paura, per problemi politici od economici. Nemmeno religiosi. È stata una mia precisa scelta.
Sono quindi partita con uno spirito diverso rispetto a chi è dovuto partire. E piena di entusiasmo. Quell’entusiasmo e quella energia tipica dei vent’anni , quando si crede che può’ andare solo bene e che se va male si può’ sempre ripartire e farla andare bene in un un’altra direzione.
Essere migrante, anche di lusso, mina alle basi della propria identità, della propria sicurezza. Si perdono quegli appoggi che ci permettono di stare in equilibrio con noi stessi. Si vacilla.
La nuova comunità cerca di metterti a fuoco. Definendoti. Nel bene e nel male. Ti si riversano addosso giudizi (di valore). Descrizioni. Spesso, e ovviamente, mai sentiti “a casa”: l’accento, il gesticolare delle mani, caratteristiche fisiche, atteggiamenti e abitudini...diverse.
Interessante è che la stessa definizione può subire una connotazione positiva o negativa a seconda che il commentatore desideri esprimere simpatia o antipatia. Senza considerare la connotazione offensiva che tali commenti possono assumere se non si entra in empatia con l’altro. Lo straniero. Cioè te.
Migrante di lusso, dicevo. Italiana all’estero. Non in capo al mondo. Qui a due passi da Milano, a Zurigo. Italiana, ma amante dell’estero. Tutte le culture straniere mi hanno sempre affascinato e attratto.
Ho sempre saputo apprezzare la diversità culturale, perché mi piace imparare. Guardare il mondo da una prospettiva diversa può solo insegnare.
Sono a casa altrui. Non ospite per qualche giorno. Sono qui con dimora fissa. Un piede a Milano, ma qui vivo. Accetto regole e usanze. Senza negare le mie. Senza offendere nessuno o mancare di rispetto, credo. Esprimo la mia italianità, la mia identità, il mio temperamento, il mio accento, il mio abbigliamento...tutto quello che mi definisce italiana.
Ho imparato la lingua del luogo! No, no. Non proprio. Io parlo tedesco, non il dialetto svizzero-tedesco, se non qualche frase qua e la. Ma lo capisco perfettamente. Parlo, dicevo, quello che loro necessitano per comunicare ufficialmente per iscritto. Quello che imparano a scuola per necessità, dato che la loro lingua, scritta, non esiste. Parlo l’Hochdeutsch...il tedesco alto, l’high German.
L’ho imparato prima per forza, poi per passione. Perché volevo integrarmi e far parte del mondo in cui vivo. Capire chi non mi capiva. Farmi capire.
Fra l’altro l’italiano è una lingua ufficiale della confederazione....qui lo parlano in pochi. Sparlicchiano solo un po’ di francese. Il plurilinguismo svizzero è un po’ un’illusione, forse un bene elitario. Ognuno ben rigido nei propri confini, parla la sua lingua e le altre se deve e se ne è capace. Ma questa è un’altra storia...
Adesso vivo la mia quotidianità da perfetta straniera integrata. Ho studiato e lavorato qui a Zurigo. Ho messo su famiglia. Ho figli bilingue.
Sono attiva nella scuola dei miei figli. Attiva nell’associazione delle donne del paese. Mi sono catapultata nel direttivo e forse sono la prima di lingua straniera con accento marcato italiano a far parte del direttivo...c’è sempre una prima volta. Per tutti. Anche per loro. Anche per me.
Pensavo che sarei andata a finire in Australia. Sono ferma in Svizzera.
Sarei pronta a ripartire per altri lidi e altre terre. Anche domani. Sorgente infinita la mia inquietudine da acquietare.
E mi porterei dietro sempre quella sensazione di migrante. Anche dopo quasi vent’anni, come ora...
Sono una migrante migrata. Ma di lusso.
Voglio pensare a chi è stato obbligato dalle circostanze!
sabato, 10 marzo 2007,00:22
286 chilometri da porta a porta. Due mondi diversi. Due culture diverse. Due lingue diverse.
Sono passati 17 anni. Non mi sento a casa. A casa, pero‘, non mi sento neppure piu‘ a casa.
Milano – Zurigo. E ritorno. E riparto.
Le radici sono a Milano. Il tronco pure. La chioma a Zurigo. Qualche ramo oltre Gottardo. Il cuore non lo so. In giro fra i mondi.
Il mondo dei miei figli, ad esempio, un po’ italiani e un po’ svizzero-tedeschi: mettono radici in un mondo che non è mio. In cui io però vivo.
Il mondo degli amici che parlano diverse lingue: a Milano tutti italofoni. Qui parlano anche svizzero-tedesco, tedesco, francese, inglese, portoghese..
Il mondo della famiglia e i parenti acquisiti: un po’ di Germania, un po’ di Svizzera, tedesca.
Il mondo della mia famiglia d’origine: Milano.
Non ho radici profonde. La storia della mia famiglia finisce coi nonni paterni. Le mie radici milanesi sono poco profonde. Eppure Milano ce l'ho nel sangue.
Non ho mai sentito pero’ il legame con la terra.
Ma con le persone.
Le persone sono il mio mondo: nel bene e nel male. I buoni e i cattivi. Che poi a guardarli bene non sono mai tutti buoni o tutti cattivi.