Il jeeppone si preparava a un nuovo inverno: i pneumatici invernali aspettavano impazienti in garage di dimostrare la loro bravura sulla strada. A uno a uno salivano nel bagagliaio, aiutatati dalla donna che non senza fatica li sollevava, nelle loro bustone di plastica, e li deponeva sbuffando, mentre pensava agli impegni della giornata: niente di entusiasmante, ma anche niente di fastidioso.
Un libro nella borsetta: il meccanico aveva detto che ci sarebbe voluta una mezzora al massimo. Mezzora per leggere qualche pagina. Una buona cosa. In una giornata grigia. Cielo lavagna. La neve era nell’aria. Aspettava gentilmente che la gente si abituasse all’idea, per poi calare dal cielo e invadere ogni centimetro quadrato disponibile.
Il jeeppone davanti al garage del meccanico era nervoso e impaziente. Lei scese dal mezzo e si avviò verso l’autosalone, dove c’era l’ufficio. Il ragazzo del meccanico, nel frattempo, aveva già preso possesso dell’auto e la dirigeva verso il suo felice destino.
Il meccanico offrì alla signora una tazza di caffè, nell’area riservata ai clienti. Lei accettò e tirando fuori il suo libro, attese che lui si allontanasse per tornare in officina o in ufficio.
“Non è un vero espresso. Ma è un buon caffè.”. Disse lui porgendole la tazza. “Ne sono certa. Poi non si preoccupi, io non capisco niente di caffè, anche se sono italiana.”. Gli disse, rispondendo al suo sorriso.
Lui non si decideva ad andarsene. Lei mise in evidenza, sul tavolino, il suo libro, per segnalargli che poteva star tranquillo: era in grado di aspettare da sola.
Lui non se ne andava.
“Come sta dopo la sua operazione? Mi fa piacere che sia tutto finito. sia per Lei, sia per Sua moglie. È stata molto forte e brava a cavarsela da sola qui per due mesi buoni, contando anche le preoccupazioni. Mi ha venduto lei la macchina. In ventiquattr’ore abbiamo concordato tutto. Senza uomini fra i piedi.”. Iniziò a dire lei sorridendo, interrompendo la staticità della scena.
Lui sorrise. Aveva voglia di parlare. Ecco perché non se ne andava.
Era alto e aveva le spalle larghe. Un naso piccolo e labbra sottili. Occhi chiari. Piccoli, filtrati da un paio di occhialini, anch’essi rotondi, dalla montatura moderna. Nera.
“Non so se è finita. Non sono riusciti a “ripulirmi” tutto. Prego e spero. Non posso subire al momento un’ulteriore operazione. Ho perso venti chili. Insieme a un paio di gigabyte di memoria.”. Disse con un sorriso ironico. Triste.
“Confondevo le mie figlie. Non mi ricordo chi mi è venuto a trovare. Non tutti. Chi mi ha portato cosa. Adesso va meglio. Non so perché Le parlo così. Perché Le racconto la mia storia.”.
Non era molto sicura neanche lei di volerla ascoltare. E pur provandoci, non riusciva a trovare argomenti plausibili per rifiutarsi di farlo: uno dei suoi figli giocava in un angolo dell’autosalone, appositamente attrezzato: Lego e libri. L’altro, seduto al suo fianco, scriveva e disegnava. Il cellulare era silenzioso. No. Non c’erano scuse plausibili.
Anche se quello, era uno di quei giorni, in cui il mondo non avrebbe dovuto avvicinarsi troppo a lei e avrebbe anche potuto rimanerle un po’ distante. Lui, però, la obbligò a immergercisi. Le raccontò come viveva prima. Come viveva ora. D’un tratto si ritrovarono a parlare di tutto: viaggi, sensazioni, politica locale, visioni e impostazioni di vita. Di se stessi.
La macchina era pronta da un pezzo. Era ora di andare.
Due persone perfettamente estranee fino a un’ora e mezza prima, si salutarono controvoglia. E si separarono. Rimanendo seduti insieme al tavolino, davanti a una tazzina vuota di caffè.