martedì, 19 febbraio 2008,22:03

(…in treno)

Il libro appoggiato sulle gambe fa sentire tutto il peso della sua storia. Ancora 200 pagine ed è finito. Ha già divorato oltre 4/5 del libro.

Mafalda non sceglie un libro a caso. Istintivamente le capita in mano quello giusto. Quello che le comunica qualcosa. O le lancia un messaggio personale. Un’idea.

Lo stesso libro, un anno prima o uno dopo, non potrebbe leggerlo. Se lo dimenticherebbe sullo scaffale. Lo rifiuterebbe. 

Ma quando il libro è quello giusto allora le basta sfiorarlo, leggere due righe. Rileggere il titolo e sa che è arrivato il momento di leggerlo!

Questa volta poi, il libro non l’ha scelto lei. Gliel’ha regalato un suo amico. Gliel’ha piazzato in mano dicendole Mafalda, questo te lo leggi perché è un libro che ti piace. Storie di vita avventurosa e personaggi fuori di testa come piacciono a te.

Mafalda ha sorriso. Non per ringraziare, ma per la presunzione affettuosa dell’amico di conoscerla. Ed è vero.

Mafalda ricorda di aver guardato però preoccupata il mattone in grembo. Con tutti i libri impilati sullo scaffale che aspettavano il loro turno, questo qui programmava di affrontarlo fra un sei mesi circa. Magari durante le vacanze estive.

Eppure dopo qualche giorno e dopo aver finito un bel giallo americano è toccato a lui.

Lui iniziò ad osservarla dallo scaffale. Con fare paziente e insistente. Lei rispondeva al suo sguardo con discreto distacco. Sapeva che era lui che ci voleva al momento. Aveva voglia di farsi avviluppare dalle sue pagine per qualche settimana. E scomparire fra le sue righe d’inchiostro. Lasciarsi inondare dalle emozioni e riflettere sui suoi messaggi in codice.  Sapeva che le avrebbe dato qualcosa da portare con se.

Imbarazzata, si era così scusata con gli altri. Impazienti e impolverati. Abbandonandoli momentaneamente con promesse vane. E scuse di circostanza. Per dedicarsi a lui.

Ora, in questo viaggio in treno lo terminerà. Un paio di centinaia di pagine ancora. Tempo per accomiatarsi dai personaggi. Dal paesaggio. Dai suoi odori. Dai suoi sapori. Rivivere col pensiero i punti salienti felici e sofferti della storia. Un viaggio in una storia altrui. Una storia in viaggio. Con un inizio e una fine. Come il viaggio che sta facendo lei. Con un inizio e una fine.

Viaggi che si ripetono con moto perpetuo evidenziando l’inizio e la fine di un cerchio.

Come la vita.

Mafalda sa, ma non condivide, che per alcuni è una linea retta.

 

author: anele65
category: racconti, il libro, mafalda
comments: commenti (popup) | commenti
venerdì, 08 febbraio 2008,18:13

Agire. Reagire. Intraprendere. Risolvere. Attaccare. Difendersi. Fare.

Va tutto bene. Finché si può fare e decidere di decidere o di non decidere. Va tutto bene.

Mafalda spulcia fra i suoi pensieri alla ricerca di qualcosa che non trova. O che trova troppo velocemente e non desidera per forza trovare. Quindi lo ricaccia in fondo alla mente.

I fogli sono sparsi sui cuscini. Il laptop sulla pancia. La pancia sdraiata sul divano. Maffy, la micia, tutta nera, lunga e diritta appiccicata al suo fianco.

Tutto sembra a posto.

Eppure questo momento è inutile. E ogni azione che lo accompagna addirittura ridicola.

Fuori il grigio del cielo. Dentro il grigio dell’anima.

Non serve a nulla. Non serve. Non serve. Non serve.

Questa settimana voleva parlare d’immigrazione. Invece le viene in mente solo la parola inutile.

Mafalda sente un senso d’impotenza sovrannaturale. E rabbia.

Non posso cambiare le cose. Questo è quello che mi brucia. Mi brucia e fa male. Posso solo cambiare me stessa. Ma non l’IO. Posso cambiar il mio pormi di fronte al mondo. Il mio agire e il mio reagire. Il mio pensare razionale.

Non le mie emozioni. Non il mio inconscio.

Mafalda scrive due righe. Poi quattro. Pone la questione principale al lettore:

La sete di potere è la reazione conscia alla paura inconscia del sentirsi impotente?Non tutti i potenti hanno sete di potere. I grandi uomini della nostra storia non erano tutti assetati di potere sebbene potenti.

Essere impotenti davanti alla  vita è la peggiore sconfitta che si possa subire? È una sconfitta che ci insegna a crescere o ci piega? Ci spezza?

Mafalda crede che possa spezzarci. Possa piegarci. Possa farci crescere. Dipende da che sconfitta si subisce. Da che senso di impotenza si prova. In quale momento della vita si incrocia questa sensazione di impotenza. Dalle circostanze. Dalla forza personale di chi la subisce.

Davanti alla morte? Davanti alla mancanza di rispetto della vita umana? Davanti all’egoismo personale o sociale? Davanti a un mondo che brucia di solitudine, di abbandono, di menefreghismo ad opera di scintille umane?

Mafalda stasera si sente il mondo. La parte di mondo marcia. Quella che non dovrebbe mai prendere il sopravvento sull’altra. Ma che è presente in ognuno di noi. Quando punta il dito accusatore sulle azioni cattive degli altri. Senza accorgersi che lo sta puntando contro uno specchio.

Chiude il portatile. Da una carezza al gatto. Riceve un miao di consolazione.

Sì lo so Maffy. Domani io non sarò nuova. Ma sarà un nuovo giorno.

author: anele65
category: riflessioni, inutile, mafalda
comments: commenti (8)(popup) | commenti (8)
lunedì, 28 gennaio 2008,15:41

Avreste bisogno di un’amnistia.  O meglio, ne avrei bisogno io!

Mafalda guarda con preoccupazione la lista delle pendenze in Outlook. Che cresce e cresce e ricresce.

Forse dovrebbe smettere di annotarsi tutto. E fare lo struzzo: quel che non si vede non c’è. Amen. Invece no. Si è innamorata dell’organizzazione e la trova estremamente seducente. Un nuovo passatempo insomma: organizza tutta la settimana a puntino, come se stesse facendo un puzzle. Ama i puzzle. Ad esempio, calcola che mentre fa da mangiare ci sta dentro, nei tempi morti, un po’ di tempo per stirare, o per pulire un cassetto di cucina. O rispondere a due mail noiose ma brevi... o semplicemente versarsi un bicchiere di vino e gustarselo mentre sfoglia velocemente un giornale a caccia di articoli che leggerà in un secondo tempo.

Si segna tutto. O quasi. Categorizza tutto. Spesso. E viaggia come un TGV sulla settimana. Per arrivare la domenica col fiato corto. Ma puntuale e soddisfatta.

A volte.

Altre invece prende l’accelerato. E fa a piedi gli ultimi chilometri. Arrivando con un ritardo mostruoso. Si arrampica poi sui vetri per non scivolare e farsi male. Inevitabilmente fallendo. Ha sempre qualche botta blu da qualche parte.

Gli opposti.                    

Questa è una sua grande qualità. Perché vivendo gli opposti riesce ad osservare  tutto quello che ci sta in mezzo senza irrigidirsi sulle stesse posizioni. Il risultato è spesso piacevole: è completamente cosciente che il grado di organizzazione è proporzionale al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Che tradotto significa: Tanto più  è organizzata, tanto più ha tempo per godersi pacificamente la vita.

 Le pendenze sono però una spina nel fianco: pende inesorabile e le infligge un dolore acuto e lancinante pari al peso del suo volume.

 Ha categorizzato le pendenze in due ceppi principali:

  • Quelle che le piacciono
  • Quelle che non le piacciono.

 La categoria più bastarda è ovviamente la seconda. La prima si risolve da sé: auto motivante; stimolante; gratificante.

 La seconda è un boccone indigesto: non si decide ne a venir su, ne ad andare giù. Le sta lì, sullo stomaco e le procura un fastidio costante e nauseante. Magari anche qualche bruciore.

 Naturalmente è ovvio che non appena marca una pendenza della seconda categoria come eseguita, la sensazione di leggerezza e sollievo che le deriva è estremamente appagante.  

 Poi si dice Eppure lo sai, lo sai, lo sai. E ci caschi sempre, sempre, sempre!

Poi ha suddiviso i due ceppi in sottocategorie:

  • Pendenze immediate
  • Pendenze a breve termine
  • Pendenze a medio termine
  • Pendenze a lungo termine
  • Pendenze senza scadenza

Le ultime sono quelle che non farà mai. E che probabilmente erediteranno i suoi figli: stanno lì. Sul fondo del suo stomachino e le urlano all’unisono Siamo quiiiiiiiiiii!!! Tanto lei ha imparato a ignorarle. Non ascolta tutte le parti di se stessa. Non è nata per essere perfetta. Proprio non le viene naturale esserlo. E quasi ci gode a lasciarle pendenti. È come fare qualcosa di proibito provandoci gusto. 

Mafalda riguarda la lista.

Tutte quelle pendenze pendenti. Rosso fuoco. Scottano. Sono infinite. Ce ne sono tante bastarde. Scorre la lista con gli occhi. Decide con quale partire…


Sì. Quella è la prima. Ma prima mi faccio un bel the con i biscotti: un po’ di piacere prima di svolgere il proprio dovere è un carburante essenziale per arrivare da qualsiasi parte!

 

 

 

author: anele65
category: racconti, mafalda, pendenze
comments: commenti (5)(popup) | commenti (5)
sabato, 26 gennaio 2008,21:44

È tempo di high-tech. È il tempo in cui il futuro lotta col passato per imporre la sua grandezza. Il suo potere. E non è cosciente che si sta già piegando a lui. Per convertirsi e diventare egli stesso parte di ieri. Destino inevitabile.

 Questione di tempo.

 È il tempo in cui Mafalda vive.

 Il portatile sulle ginocchia. Un divanetto. Una candela scalda olio essenziale di rosa. Un po’ di carta dappertutto.

 È appena stata adottata da un gatto nuovo. Il terzo. Sdraiato ora alla sua destra. Appallottolato contro la sua gamba. Pelo di seta. Tigrato. Bianco. Un po’ di tutto. Frutto di ottimi incroci. Forti e sani. I gatti hanno un certo ascendente su di lei.

Mafalda sta scrivendo un pezzo per il suo giornale. Le dita scorrono così velocemente sulla tastiera che sembrano solo sorvolarla. Neanche sfiorarla. Per nulla toccarla.

 A volte si immagina di superare in velocità i suoi pensieri. Rimanere con le dita a mezz’aria. E aspettare che il pensiero le raggiunga per continuare a scrivere. Sorride.

Non può guardarsi le mani mentre digita. Inciampa nei tasti. E le parole si accartocciano sullo schermo. Scontrandosi l’una contro l’altra.

 Allora non guarda. E fa finta invece di suonare il piano,  Una melodia appassionante come un pezzo della Carmina Burana, magari quello del cigno, o del Bolero. Lei, che sa suonare solo il campanello della porta. E quello del citofono. Sognando di suonare il saxofono. Lo strumento più sensuale ed emozionante che lei conosca. Il suo preferito.

Entro le dodici deve consegnare il raccontino. Il pezzo. L’articolo. La riflessione della settimana. Insomma un qualcosa di scritto che si possa leggere. Sta settimana è in ritardo. Fra un impegno e l’altro. Figli e fogli. Spesa e scartoffie. Gatti e varie, non ha avuto tempo.

No, non è vero.

Questa settimana l’idea non c’era. Non le veniva.

Non è facile trovare sempre l’argomento giusto da trattare per soddisfare un pubblico così differenziato.  Come quello dei lettori del suo giornale.

Non sempre ci riesce. Non sempre le scatta l'adrenalina in testa. L'adrenalina giusta.

Oggi però si è salvata in extremis. Il suo articolo parla dei biglietti della spesa. Sì, quei piccoli pezzettini di carta su cui si annotano tutte le cosine che mancano in cucina o in bagno. O nell’armadio delle pulizie. Quei pezzettini di carta che si dimenticano spesso a casa quando servono . Rimanendo attaccati al frigorifero o a un pannello.

Le è venuto in mente al supermercato. Fra uno scaffale e l’altro. Fra un litro di latte e il detersivo della lavatrice. Tenendo il suo  in mano. Ogni tanto pero se ne trova anche uno per terra. Un minuscolo pezzo di carta. Un bigliettino caduto da una tasca. Da un carrello.  

Quasi nessuno usa un PC per scriverlo. Sono scritti in genere a mano. Piccoli espressioni di vita quotidiana.

Mafalda guarda il suo. Di fianco al computer. Le ha salvato la settimana. 

Digita l’ultima frase e si rilegge.

Lascia riposare il pezzo per un’ora circa.

Per farlo lievitare.

Poi lo rilegge. Lo corregge. Lo raddrizza.

Un altro pensiero. Un’altra riflessione.

Poi lo invia. Via. Via.

E mentre schiaccia il tasto per la spedizione elettronica, le torna in mente una frase appena scritta, che rimbalza nel cervello come una pallina di gomma:

Nessun computer è in grado di esprimere l’emozione delle parole quanto una penna. Capace di interpretare, esprimere e riflettere sul foglio di carta opaco, chi la tiene in mano. Oltre le parole scritte.

Mafalda sfiora la sua biro preferita. Ne avverte tutta la leggera pesantezza. L’intensità. È sua testimone e interprete di tanti pensieri e di infiniti momenti della sua vita.

Accenna a un sorriso e ringrazia mentalmente chi gliel’ha regalata.

Di meglio poteva donarle poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

author: anele65
category: racconti, mafalda, una penna, notte di pioggia
comments: commenti (3)(popup) | commenti (3)