domenica, 02 settembre 2007,15:39
È iniziato. Il progetto ha smesso di essere tale: non è più un progetto è realtà. Una piccola e insignificante iniziativa per il mondo. Una realtà sentita e vissuta per noi che l’abbiamo concepita e le abbiamo insegnato a camminare.

Il progetto d’integrazione ha aperto le sue porte martedì scorso: un punto d’incontro per stranieri e svizzeri uniti dal desiderio di vivere armonicamente insieme. Nel rispetto di culture, religioni e tradizioni diverse.

Mattina, ore 9.30. Donne insieme  (e curiosamente anche un uomo, italiano e bergamasco) sedute intorno a un tavolo a cercare di creare un modo di vivere e di affrontare la quotidianità insieme.

Pelli bianche, pelli scure. Capelli, sciolti o nascosti sotto lo chador. Donne che parlano un tedesco stentato o molto sicuro. Caffè, the, acqua minerale. Due torte offerte da una donna brasiliana. Cioccolatini a forma di cuore sparsi sul tavolo. Girasoli troneggiano sulla tavola a simboleggiare una giornata illuminata dal sole.

Le donne parlano e si presentano. Si raccontano.

Prendo un po' di distanza per godermi l'insieme e scattare qualche foto...e mi emoziono.

Siamo ognuna parte dell'insieme.

Siamo qui, e siamo tante. Non ci speravo, ma ci credevo.





author: anele65
category: partito, integrazione
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giovedì, 28 giugno 2007,12:40
Macedonia, Afganistan, Polonia, Portogallo, Filippine, Italia, Tailandia, Columbia, Brasile, Albania, Cecenia...Svizzera.

Donne sedute in cerchio rappresentano il mondo unito. E il mondo unito sta sorridendo.

Sono emozionata. Non tanto preché devo presentare il progetto di integrazione al quale partecipo, mi ci sto abituando, ma perché faccio parte del mondo.

Sono in visita al secondo corso di tedesco del mio paese. Le donne che vi partecipano si presentano una dopo l’altra. Guardo i loro occhi e cerco di immaginare quanto ci sta dietro: salto dalla guerra in Afganistan alle spiagge brasiliane...

Alla fine è il mio turno. Mi presento e presento il progetto. Il senso del progetto:

“Siamo tutte in una terra che non è la nostra, per motivi diversi. Per questo motivo è nato il progetto Café International*  vuole aiutarci a vivere insieme e a farci stare bene fra di noi. Stranieri e svizzeri. Abbiamo di sicuro qualcosa che ci lega, un filo conduttore: siamo tutte donne e siamo tutte qua. Possiamo iniziare parlando male degli uomini ad esempio...”

Una risata scoppia dalle labbra di tutte.

Ho già trovato un argomento di discussione.

“Ogni idea, ogni proposta è benvenuta. Ogni cosa che faremo, la faremo insieme...si tratta di vivere insieme.”.

Occhi scuri e look diversi. Credo e culture a confronto.

È il mondo.

Sorrido e sto bene.

“...e se parlo troppo fermatemi!”.

Altra risata.

Mi emoziono.

A volte mi basta proprio poco per stare bene.





*Café International è un progetto di integrazione nato per iniziativa del comune del mio paese e sostenuto dal Cantone di Zurigo
author: anele65
category: integrazione, un filo conduttore
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giovedì, 31 maggio 2007,13:48
Finisco di rispondere all’ultima mail. Bozza. Botta e risposta.

Entro domani deve essere pronta la brochure da distribuire. La mostra delle 66 nazioni apre i battenti: “Sensibilizzazione per integrazione”.

Fra le facce attaccate alla parete ci sarà anche la mia. Con un lembo di storia della mia vita e qualche cifra significativa: italiana. 42 anni. Da 17 anni in Svizzera. Da 2 in paese. Migrante.

Con il mio, altri 65 visi di NON-A-CASA-LORO cercheranno di trasmettere un messaggio o un desiderio: vita in comune di vite comuni. Per necessità, o per scelta.

Al vernissage verrà presentato il progetto di integrazione: alla stampa e alla popolazione. Verrà messo nelle mani dei presenti la nostra semplice brochure: chissà quanti mani la desidereranno. Quante vorrebbero rifiutarla.

Guarderò il mio volto alla parete e mi dirò quello che la giornalista ha scritto nel suo articolo della settimana scorsa: “Italiana. Membro del comitato fondatore del progetto. Afferma: “La lingua è la prima barriera all’integrazione.”. Col progetto vuole dimostrare che l’integrazione è possibile...

Già...

Non lavoro per soldi. Non lavoro per la gloria. Lavoro per un ideale.

Mi hanno già dato della visionaria.

In fondo lo faccio perché sono un’egoista: sono una migrante!

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category: visionaria, integrazione
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lunedì, 21 maggio 2007,15:09
La giornalista mi pone una domanda banale. Mi ha dato la caccia per una settimana e per una settimana non ci siamo mai trovate. I miei e i suoi momenti disponibili non coincidevano.

Ora, qui al telefono, la sua caccia è terminata. Ha perso di interesse. Il suo tono è gentilissimo. Mi sembra giovane dalla voce. L’articolo che deve fare per il quotidiano numero due della Svizzera tedesca, forse, non la entusiasma. In fondo la capisco, solito tema trito e ritrito: INTEGRAZIONE...Gli stranieri...Le straniere...

Il problema comunque era ed è irrisolto. Non ci si capisce all’interno della propria famiglia, vogliamo credere che esista un manuale di istruzioni che risolva e metta d’accordo nazionalità diverse,  sessantasei solo nel nostro piccolo paese con 9.500 abitanti, senza uno sforzo comune?

No. Niente manuale di istruzioni. Così come non esiste un manuale per imparare a essere genitori perfetti, amanti perfetti, coppie invidiabili, lavoratori perfetti...

Stiamo parlando di uomini e di donne. Di esseri umani. Ecco perché non esistono le istruzioni per l’uso.

L’altro giorno leggevo sul quotidiano locale un altro articolo sul nostro progetto: “Il progetto è rivolto ai partecipanti dei corsi di tedesco e ad altri migranti...”....No! No! No! Il progetto è il desiderio espresso di un punto di incontro fra migranti e svizzeri.
Parliamo di integrazione. Non di ghettizzazione.

Ho capito. Iniziamo coi problemi di comunicazione.

Dicevo...la sua domanda era banale: “Qual è la sua motivazione personale, quella  che la spinge a far parte del comitato organizzativo del progetto?”...Le ho sciorinato la mia teoria. Cinque minuti di pensieri vissuti ed esperienze da migrante. Lei le ha riassunte in due frasi: “Dato che è una migrante da tanti anni, forse può dire la sua...” O qualcosa di simile.

Non importa. Non so se ha capito. Ma il mio entusiasmo rimane: al centro del mondo c’è l’essere umano che ha due scelte: o lavora per il mondo o lo distrugge...anche, oppure proprio per questo, facendo niente!
author: anele65
category: integrazione
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giovedì, 15 marzo 2007,23:22
Emigrata per alcuni. Immigrata per altri. Migrante. Sono una migrante. Non sono espatriata per necessità, per paura,  per problemi politici od economici. Nemmeno religiosi. È stata una mia precisa scelta.

Sono quindi partita con uno spirito diverso rispetto a chi è dovuto partire. E piena di entusiasmo. Quell’entusiasmo e quella energia tipica dei vent’anni , quando si crede che può’ andare solo bene e che se va male si può’ sempre ripartire e farla andare bene in un un’altra direzione.

Essere migrante, anche di lusso, mina alle basi della propria identità, della propria sicurezza. Si perdono quegli appoggi che ci permettono di stare in equilibrio con noi stessi. Si vacilla.

La nuova comunità cerca di metterti a fuoco. Definendoti. Nel bene e nel male. Ti si riversano addosso giudizi (di valore). Descrizioni. Spesso,  e ovviamente,  mai sentiti “a casa”: l’accento, il gesticolare delle mani, caratteristiche fisiche, atteggiamenti e abitudini...diverse.

Interessante è che la stessa definizione può subire una connotazione positiva o negativa a seconda che il commentatore desideri esprimere simpatia o antipatia. Senza considerare la connotazione offensiva che tali commenti possono assumere se non si entra in empatia con l’altro. Lo straniero. Cioè te.

Migrante di lusso, dicevo. Italiana all’estero. Non in capo al mondo. Qui a due passi da Milano, a Zurigo. Italiana, ma amante dell’estero. Tutte le culture straniere mi hanno sempre affascinato e attratto.

Ho sempre saputo apprezzare la diversità culturale, perché mi piace imparare. Guardare il mondo da una prospettiva diversa può solo insegnare.

Sono a casa altrui. Non ospite per qualche giorno. Sono qui con dimora fissa. Un piede a Milano, ma qui vivo. Accetto regole e usanze. Senza negare le mie. Senza offendere nessuno o mancare di rispetto, credo. Esprimo la mia italianità, la mia identità, il mio temperamento, il mio accento, il mio abbigliamento...tutto quello che mi definisce italiana.

Ho imparato la lingua del luogo! No, no. Non proprio. Io parlo tedesco, non il dialetto svizzero-tedesco, se non qualche frase qua e la. Ma lo capisco perfettamente. Parlo, dicevo,  quello che loro necessitano per comunicare ufficialmente per iscritto. Quello che imparano a scuola per necessità, dato che la loro lingua, scritta, non esiste. Parlo l’Hochdeutsch...il tedesco alto, l’high German.

L’ho imparato prima per forza, poi per passione. Perché volevo integrarmi e far parte del mondo in cui vivo. Capire chi non mi capiva. Farmi capire.

Fra l’altro l’italiano è una lingua ufficiale della confederazione....qui lo parlano in pochi. Sparlicchiano solo un po’ di francese. Il plurilinguismo svizzero è un po’ un’illusione, forse un bene elitario. Ognuno ben rigido nei propri confini, parla la sua lingua e le altre se deve e se ne è capace. Ma questa è un’altra storia...

Adesso vivo la mia quotidianità da perfetta straniera integrata. Ho studiato e lavorato qui a Zurigo. Ho messo su famiglia. Ho figli bilingue.

Sono attiva nella scuola dei miei figli. Attiva nell’associazione delle donne del paese. Mi sono catapultata nel direttivo e forse sono la prima di lingua straniera con accento marcato italiano a far parte del direttivo...c’è sempre una prima volta. Per tutti. Anche per loro. Anche per me.

Pensavo che sarei andata a finire in Australia. Sono ferma in Svizzera.

Sarei pronta a ripartire per altri lidi e altre terre. Anche domani. Sorgente infinita la mia inquietudine da acquietare.

E mi porterei dietro sempre quella sensazione di migrante. Anche dopo quasi vent’anni, come ora...

Sono una migrante migrata. Ma di lusso.

Voglio pensare a chi è stato obbligato dalle circostanze!
author: anele65
category: integrazione, zürich, migrante di lusso
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