E mentre l’orizzonte scorreva lento dentro il mio pensiero. Il mare mi correva incontro.
Acqua fredda e pantaloni arrotolati. Pochi piedi nell’acqua.
Qualche adolescente incoraggiato dall’atmosfera di una gita scolastica s’inoltrava fino alla cintola nell’acqua di aprile.
Camminavo assaporando l’onda che mi lambiva il piede e godevo del brivido freddo che mi avvolgeva fino a farmi sorridere.
Chinandomi a toccare l’acqua per accertarmi che il sale della vita fosse sempre presente, mi guardai una mano.
Pensai a una mano.
Una mano che si tendeva per cogliere la mia. Una mano che mi tirava a se. Una mano che mi salutava da lontano mentre fuggiva via. Una mano che mi accarezzava un sorriso e un bacio. Una mano che non sapeva dove stare. Una mano che non c’era più. Una mano che mi cercava. Una mano che mi respingeva. Una mano che mi chiamava.
Una mano.
La mano.
Quante parole dette inutilmente senza ascoltare una mano.