mercoledì, 30 aprile 2008,00:05

L a manoE mentre l’orizzonte scorreva lento dentro il mio pensiero. Il mare mi correva incontro.

Acqua fredda e pantaloni arrotolati. Pochi piedi nell’acqua.

Qualche adolescente incoraggiato dall’atmosfera di una gita scolastica s’inoltrava fino alla cintola nell’acqua di aprile.

Camminavo assaporando l’onda che mi lambiva il piede e godevo del brivido freddo che mi avvolgeva fino a farmi sorridere.

Chinandomi a toccare l’acqua per accertarmi che il sale della vita fosse sempre presente, mi guardai una mano.

 Pensai a una mano.

Una mano che si tendeva per cogliere la mia. Una mano che mi tirava a se. Una mano che mi salutava da lontano mentre fuggiva via. Una mano che mi accarezzava un sorriso e un bacio. Una mano che non sapeva dove stare. Una mano che non c’era più. Una mano che mi cercava. Una mano che mi respingeva. Una mano che mi chiamava.

 Una mano.

 La mano.

 Quante parole dette inutilmente senza ascoltare una mano.

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lunedì, 31 marzo 2008,22:25

Seduto in una stanza guardo il mondo dal basso. Ti guardo.

Ricordo ogni istante del nostro primo incontro. Ricordo ogni carezza che non mi hai negato. Ricordo ogni tuo sorriso.

Mi hai accolto fra le tue braccia quando credevi mi sentissi perso. Mi hai accarezzato guardandomi negli occhi e amandomi immediatamente. È stato un amore sincero il tuo. Irresistibile. Mi hai creduto tuo. No. Non tuo. Ho creduto tu fossi mia. No neanche. Noi non possiamo possedere non ne siamo capaci.

Mi hai creduto e basta!

Possedere perché?

No. Tu no.

Ora, sdraiato al tuo fianco mi dici qualcosa che non capisco. I tuoi occhi nei miei.  La tua voce è dolce. Va tutto bene?

E mi metti alla porta.

Seduto davanti a quella specie di muro guardo il mondo dal basso.

Una porta è chiusa e cerco di ricordare le tue parole. Mi hai detto che non sono tuo Che non hai nessun diritto su di me. Che lei mi vuole indietro.

Tuo? Suo?

Io non appartengo a nessuno. Come tu non appartieni a nessuno.

Ti chiamo mentre siedo ancora davanti alla tua porta. Chiusa.

Aprila.

Noi non siamo fatti per le barriere.

 

                                                                    Sponge-Pot

                                                                     (Il "tuo" gatto)

…grazie...



15022008327



PS : Sponge-Pot  è  Il gatto  indiscusso dei miei vicini...che ha deciso che da me si vive meglio...

 

 

 

 

 

 

 

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sabato, 15 marzo 2008,23:49
Sta li davanti al cestino della spazzatura. Ben vestito: una felpa marroncina. Jeans blu. Capelli ondulati. Lunghi. Barba quasi incolta. Piacevole allo sguardo. Un sacchetto con dentro bottiglie di birra. Piene.

Io cammino piano. Le borse della spesa mi pesano. Sono il doppio delle sue. Mi avvicino all’automobile. Nella mano destra la chiave che tento di premere, con le due dita rimastemi libere, per aprire la serratura automatica delle portiere.

Gli passo vicino e noto che non solo guarda con cura il cestino della spazzatura, ma con le mani ne seleziona anche il contenuto, con attenzione.

Lo sfioro. Quasi. Ci conosciamo di vista perché ci incrociamo di tanto in tanto alla Coop. O al baretto: io per un cappuccino. Lui per una birra extra.

Una volta lo vidi al supermercato che parlava con una commessa. Lei era molto cordiale e lo ascoltava quasi interessata, mentre lui declamava l’inumanità del mondo e la mancanza di correttezza dell’essere umano. Arrivò alla cassa appena dopo di me. Un carrello pieno di cibo. Io. Sei bottiglie di birra. Lui.  Gli dissi di passarmi davanti, ma rifiutò. Aveva tempo. Io anche, lo rassicurai. Ma la cassiera mi sorrise e mi fece cenno di non permetterglielo. Poi sottovoce e dolcemente mi svelò che lui necessitava almeno di mezzora per pagare.

 Adesso lo incontro davanti a un cestino.

Ci guardiamo negli occhi giusto due secondi. Io accenno un saluto e lui lo scambia per un segnale di partenza.

 Quanta roba butta via la gente

 Troppa?

 Sì. Butta via troppo.

 Crede?

 Io riciclo. C’è sempre qualcosa da riciclare. Il mondo non lo vuol capire.

 Perché?

 C’è troppo.

 Intanto penso alla mia spazzatura a casa.

 Lo saluto e me ne vado.

 ...

Sono sola sulla mia terrazza. Davanti a me, sulla destra, un sacchetto pulito. Sulla sinistra quello pieno di spazzatura.

Una sigaretta nella mano sinistra. Ho smesso di fumare.

Passo in rassegna uno dopo l’altro tutti i “troppi“ che la mia famiglia ha buttato via. Se ne sarebbero certo potuti evitare un po'. Un po' per un sacchetto da 35 l alla settimana per tante settimane dell'anno fanno tanto. Troppo.

Spengo la sigaretta. Mi caccio su le scarpe e penso che se mi sbrigo, forse, riesco ad andare al baretto...a farmi una birra!

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sabato, 08 marzo 2008,19:31

Truccata al punto giusto. Un bel caschetto nero pece a nascondere la sua età. Mal celata dalle profonde rughe del viso. Gli occhi neri, perfettamente intonati al colore dei suoi capelli, risaltavano come pugni negli occhi sulla pelle chiarissima.

 
Se ne stava li. Davanti a un tavolo vuoto. Parlando di tutti i suoi problemi. Di chi la faceva arrabbiare.  Di chi non c’era. Di cosa le mancava. Di quello che aveva di troppo.

 
L’accento francese dava un tocco di dolcezza al tedesco che parlava. Dolcezza di suono. Durezza di parole. Espressioni di esperienze di vita riassunte nella musicalità della sua voce.

 
I tavolini intorno a lei erano pieni di gente intenta a mangiare. Ogni tanto qualcuno si girava  verso la donna. Soprattutto quando qualche parola di troppo usciva dalla scala dei rumori accettabili. Qualcuno rideva. Qualcuno sorrideva. Qualcuno si intristiva.

 
Lei era li. In piedi davanti al tavolo di nessuno. Con nessuno seduto al suo tavolo. Rabbiosa e triste. A tratti lamentandosi della sua spesa che non aveva. Della commessa sgarbata che non c‘era. Del suo compagno assente. Del pranzo immangiabile sulla tavola sparecchiata.

 
Urlava. Si infuriava. Si placava. Per poi ricominciare da capo. Gli stessi argomenti ripetuti in cantilena. All‘infinito.

 

Discuteva con la sua più acerrima nemica: discuteva con se stessa.

 

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lunedì, 03 marzo 2008,23:30

Le dita scorrono abilmente sul bianco e nero. Ripercorrono una strada conosciuta e assaporata in ogni tempo. Il rumore della città non riesce a sovrastare l’intensità delle note richiamate in vita. Insieme ai ricordi mai sepolti.

 I sorrisi e le risate che accompagnano un viaggio per l’ennesimo concerto da non perdere.

 Tre per tre amici. Milano Zurigo e ritorno. Dopo. Prima la musica.

 Il concerto alla Rote Fabrik. E per quello le ore di viaggio da mettere in conto sono poca cosa. Il piacere che precede l’evento li contagia e aumenta ad ogni chilometro che il treno macina.

 Zurigo. Una bella città. La Limmat, il suo fiume. Il suo lago. La lingua sconosciuta ed ostica ai non addetti ai lavori.

 E lui.

 Il grande amico. Lei. La donna del suo amico.

 E le dita sfiorano senza sosta un tasto bianco dopo l’altro. Uno nero, fra l’uno e l’altro.

 Cerca i dettagli del viso e li ricalca con la memoria, disegnando i suoi compagni di viaggio ancora una volta.

 Lei si faceva già allora. Loro fumavano di tanto in tanto qualche joint.

 E il concerto era maledettamente generoso.

 Era…

 Il ricordo lotta col ricordo. Arrivano le voci ricordate e non volute che aumentano il ricordo stesso. I visi e i volti di quei giorni. 

 E le dita scorrono sulla tastiera dolorosamente. Mentre la musica intensifica i colori del passato.

 Un passato improvvisamente reale.

 Dove lui è morto. In un passato molto presente. Di AIDS.

 Di lei si dice lasci impronti sulla spiaggia di Ibiza.

      
                                                                                                                                                        
(Da e per Franc)

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sabato, 23 febbraio 2008,00:23

Notte di buio affacciata alle stelle.

Ogni volta è l’emozione in corsa. Uno squarcio in mezzo al lago permette il passaggio da sponda a sponda. Momenti dove è lecito pensare a tutto. Dove lo specchio nero riflette il cielo. Dove il respiro è profondo e corre a risvegliare una memoria assopita e a preparare quella futura. Sensazioni dimenticate e chiuse in un forziere. Preziose. Perché rare.

Libero il futuro di accadere. Il passato da interpretare oggettivamente. Se necessario.

La musica rimane e sottolinea ogni respiro. Un canto a squarciagola non può che portare la mente oltre ogni pensiero. Pensiero che corre sul filo dell’acqua lontano da ogni realtà e verità relativa.

È mezzanotte. In mezzo a un lago. In mezzo alla notte. In mezzo alla vita. Al centro del cerchio. A metà del percorso.

Lunga è la strada che corre alla metà.

È tempo però di passeggiare. Le corse son fatte. Centellinare il tragitto per non scordare nulla di quel che è stato.

Nulla sarà così l’indomani.

 Il pensiero vaga lontano.

 Il ricordo resta vicino.

 

 

 

 

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martedì, 19 febbraio 2008,22:03

(…in treno)

Il libro appoggiato sulle gambe fa sentire tutto il peso della sua storia. Ancora 200 pagine ed è finito. Ha già divorato oltre 4/5 del libro.

Mafalda non sceglie un libro a caso. Istintivamente le capita in mano quello giusto. Quello che le comunica qualcosa. O le lancia un messaggio personale. Un’idea.

Lo stesso libro, un anno prima o uno dopo, non potrebbe leggerlo. Se lo dimenticherebbe sullo scaffale. Lo rifiuterebbe. 

Ma quando il libro è quello giusto allora le basta sfiorarlo, leggere due righe. Rileggere il titolo e sa che è arrivato il momento di leggerlo!

Questa volta poi, il libro non l’ha scelto lei. Gliel’ha regalato un suo amico. Gliel’ha piazzato in mano dicendole Mafalda, questo te lo leggi perché è un libro che ti piace. Storie di vita avventurosa e personaggi fuori di testa come piacciono a te.

Mafalda ha sorriso. Non per ringraziare, ma per la presunzione affettuosa dell’amico di conoscerla. Ed è vero.

Mafalda ricorda di aver guardato però preoccupata il mattone in grembo. Con tutti i libri impilati sullo scaffale che aspettavano il loro turno, questo qui programmava di affrontarlo fra un sei mesi circa. Magari durante le vacanze estive.

Eppure dopo qualche giorno e dopo aver finito un bel giallo americano è toccato a lui.

Lui iniziò ad osservarla dallo scaffale. Con fare paziente e insistente. Lei rispondeva al suo sguardo con discreto distacco. Sapeva che era lui che ci voleva al momento. Aveva voglia di farsi avviluppare dalle sue pagine per qualche settimana. E scomparire fra le sue righe d’inchiostro. Lasciarsi inondare dalle emozioni e riflettere sui suoi messaggi in codice.  Sapeva che le avrebbe dato qualcosa da portare con se.

Imbarazzata, si era così scusata con gli altri. Impazienti e impolverati. Abbandonandoli momentaneamente con promesse vane. E scuse di circostanza. Per dedicarsi a lui.

Ora, in questo viaggio in treno lo terminerà. Un paio di centinaia di pagine ancora. Tempo per accomiatarsi dai personaggi. Dal paesaggio. Dai suoi odori. Dai suoi sapori. Rivivere col pensiero i punti salienti felici e sofferti della storia. Un viaggio in una storia altrui. Una storia in viaggio. Con un inizio e una fine. Come il viaggio che sta facendo lei. Con un inizio e una fine.

Viaggi che si ripetono con moto perpetuo evidenziando l’inizio e la fine di un cerchio.

Come la vita.

Mafalda sa, ma non condivide, che per alcuni è una linea retta.

 

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venerdì, 08 febbraio 2008,18:13

Agire. Reagire. Intraprendere. Risolvere. Attaccare. Difendersi. Fare.

Va tutto bene. Finché si può fare e decidere di decidere o di non decidere. Va tutto bene.

Mafalda spulcia fra i suoi pensieri alla ricerca di qualcosa che non trova. O che trova troppo velocemente e non desidera per forza trovare. Quindi lo ricaccia in fondo alla mente.

I fogli sono sparsi sui cuscini. Il laptop sulla pancia. La pancia sdraiata sul divano. Maffy, la micia, tutta nera, lunga e diritta appiccicata al suo fianco.

Tutto sembra a posto.

Eppure questo momento è inutile. E ogni azione che lo accompagna addirittura ridicola.

Fuori il grigio del cielo. Dentro il grigio dell’anima.

Non serve a nulla. Non serve. Non serve. Non serve.

Questa settimana voleva parlare d’immigrazione. Invece le viene in mente solo la parola inutile.

Mafalda sente un senso d’impotenza sovrannaturale. E rabbia.

Non posso cambiare le cose. Questo è quello che mi brucia. Mi brucia e fa male. Posso solo cambiare me stessa. Ma non l’IO. Posso cambiar il mio pormi di fronte al mondo. Il mio agire e il mio reagire. Il mio pensare razionale.

Non le mie emozioni. Non il mio inconscio.

Mafalda scrive due righe. Poi quattro. Pone la questione principale al lettore:

La sete di potere è la reazione conscia alla paura inconscia del sentirsi impotente?Non tutti i potenti hanno sete di potere. I grandi uomini della nostra storia non erano tutti assetati di potere sebbene potenti.

Essere impotenti davanti alla  vita è la peggiore sconfitta che si possa subire? È una sconfitta che ci insegna a crescere o ci piega? Ci spezza?

Mafalda crede che possa spezzarci. Possa piegarci. Possa farci crescere. Dipende da che sconfitta si subisce. Da che senso di impotenza si prova. In quale momento della vita si incrocia questa sensazione di impotenza. Dalle circostanze. Dalla forza personale di chi la subisce.

Davanti alla morte? Davanti alla mancanza di rispetto della vita umana? Davanti all’egoismo personale o sociale? Davanti a un mondo che brucia di solitudine, di abbandono, di menefreghismo ad opera di scintille umane?

Mafalda stasera si sente il mondo. La parte di mondo marcia. Quella che non dovrebbe mai prendere il sopravvento sull’altra. Ma che è presente in ognuno di noi. Quando punta il dito accusatore sulle azioni cattive degli altri. Senza accorgersi che lo sta puntando contro uno specchio.

Chiude il portatile. Da una carezza al gatto. Riceve un miao di consolazione.

Sì lo so Maffy. Domani io non sarò nuova. Ma sarà un nuovo giorno.

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lunedì, 28 gennaio 2008,15:41

Avreste bisogno di un’amnistia.  O meglio, ne avrei bisogno io!

Mafalda guarda con preoccupazione la lista delle pendenze in Outlook. Che cresce e cresce e ricresce.

Forse dovrebbe smettere di annotarsi tutto. E fare lo struzzo: quel che non si vede non c’è. Amen. Invece no. Si è innamorata dell’organizzazione e la trova estremamente seducente. Un nuovo passatempo insomma: organizza tutta la settimana a puntino, come se stesse facendo un puzzle. Ama i puzzle. Ad esempio, calcola che mentre fa da mangiare ci sta dentro, nei tempi morti, un po’ di tempo per stirare, o per pulire un cassetto di cucina. O rispondere a due mail noiose ma brevi... o semplicemente versarsi un bicchiere di vino e gustarselo mentre sfoglia velocemente un giornale a caccia di articoli che leggerà in un secondo tempo.

Si segna tutto. O quasi. Categorizza tutto. Spesso. E viaggia come un TGV sulla settimana. Per arrivare la domenica col fiato corto. Ma puntuale e soddisfatta.

A volte.

Altre invece prende l’accelerato. E fa a piedi gli ultimi chilometri. Arrivando con un ritardo mostruoso. Si arrampica poi sui vetri per non scivolare e farsi male. Inevitabilmente fallendo. Ha sempre qualche botta blu da qualche parte.

Gli opposti.                    

Questa è una sua grande qualità. Perché vivendo gli opposti riesce ad osservare  tutto quello che ci sta in mezzo senza irrigidirsi sulle stesse posizioni. Il risultato è spesso piacevole: è completamente cosciente che il grado di organizzazione è proporzionale al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Che tradotto significa: Tanto più  è organizzata, tanto più ha tempo per godersi pacificamente la vita.

 Le pendenze sono però una spina nel fianco: pende inesorabile e le infligge un dolore acuto e lancinante pari al peso del suo volume.

 Ha categorizzato le pendenze in due ceppi principali:

  • Quelle che le piacciono
  • Quelle che non le piacciono.

 La categoria più bastarda è ovviamente la seconda. La prima si risolve da sé: auto motivante; stimolante; gratificante.

 La seconda è un boccone indigesto: non si decide ne a venir su, ne ad andare giù. Le sta lì, sullo stomaco e le procura un fastidio costante e nauseante. Magari anche qualche bruciore.

 Naturalmente è ovvio che non appena marca una pendenza della seconda categoria come eseguita, la sensazione di leggerezza e sollievo che le deriva è estremamente appagante.  

 Poi si dice Eppure lo sai, lo sai, lo sai. E ci caschi sempre, sempre, sempre!

Poi ha suddiviso i due ceppi in sottocategorie:

  • Pendenze immediate
  • Pendenze a breve termine
  • Pendenze a medio termine
  • Pendenze a lungo termine
  • Pendenze senza scadenza

Le ultime sono quelle che non farà mai. E che probabilmente erediteranno i suoi figli: stanno lì. Sul fondo del suo stomachino e le urlano all’unisono Siamo quiiiiiiiiiii!!! Tanto lei ha imparato a ignorarle. Non ascolta tutte le parti di se stessa. Non è nata per essere perfetta. Proprio non le viene naturale esserlo. E quasi ci gode a lasciarle pendenti. È come fare qualcosa di proibito provandoci gusto. 

Mafalda riguarda la lista.

Tutte quelle pendenze pendenti. Rosso fuoco. Scottano. Sono infinite. Ce ne sono tante bastarde. Scorre la lista con gli occhi. Decide con quale partire…


Sì. Quella è la prima. Ma prima mi faccio un bel the con i biscotti: un po’ di piacere prima di svolgere il proprio dovere è un carburante essenziale per arrivare da qualsiasi parte!

 

 

 

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sabato, 26 gennaio 2008,21:44

È tempo di high-tech. È il tempo in cui il futuro lotta col passato per imporre la sua grandezza. Il suo potere. E non è cosciente che si sta già piegando a lui. Per convertirsi e diventare egli stesso parte di ieri. Destino inevitabile.

 Questione di tempo.

 È il tempo in cui Mafalda vive.

 Il portatile sulle ginocchia. Un divanetto. Una candela scalda olio essenziale di rosa. Un po’ di carta dappertutto.

 È appena stata adottata da un gatto nuovo. Il terzo. Sdraiato ora alla sua destra. Appallottolato contro la sua gamba. Pelo di seta. Tigrato. Bianco. Un po’ di tutto. Frutto di ottimi incroci. Forti e sani. I gatti hanno un certo ascendente su di lei.

Mafalda sta scrivendo un pezzo per il suo giornale. Le dita scorrono così velocemente sulla tastiera che sembrano solo sorvolarla. Neanche sfiorarla. Per nulla toccarla.

 A volte si immagina di superare in velocità i suoi pensieri. Rimanere con le dita a mezz’aria. E aspettare che il pensiero le raggiunga per continuare a scrivere. Sorride.

Non può guardarsi le mani mentre digita. Inciampa nei tasti. E le parole si accartocciano sullo schermo. Scontrandosi l’una contro l’altra.

 Allora non guarda. E fa finta invece di suonare il piano,  Una melodia appassionante come un pezzo della Carmina Burana, magari quello del cigno, o del Bolero. Lei, che sa suonare solo il campanello della porta. E quello del citofono. Sognando di suonare il saxofono. Lo strumento più sensuale ed emozionante che lei conosca. Il suo preferito.

Entro le dodici deve consegnare il raccontino. Il pezzo. L’articolo. La riflessione della settimana. Insomma un qualcosa di scritto che si possa leggere. Sta settimana è in ritardo. Fra un impegno e l’altro. Figli e fogli. Spesa e scartoffie. Gatti e varie, non ha avuto tempo.

No, non è vero.

Questa settimana l’idea non c’era. Non le veniva.

Non è facile trovare sempre l’argomento giusto da trattare per soddisfare un pubblico così differenziato.  Come quello dei lettori del suo giornale.

Non sempre ci riesce. Non sempre le scatta l'adrenalina in testa. L'adrenalina giusta.

Oggi però si è salvata in extremis. Il suo articolo parla dei biglietti della spesa. Sì, quei piccoli pezzettini di carta su cui si annotano tutte le cosine che mancano in cucina o in bagno. O nell’armadio delle pulizie. Quei pezzettini di carta che si dimenticano spesso a casa quando servono . Rimanendo attaccati al frigorifero o a un pannello.

Le è venuto in mente al supermercato. Fra uno scaffale e l’altro. Fra un litro di latte e il detersivo della lavatrice. Tenendo il suo  in mano. Ogni tanto pero se ne trova anche uno per terra. Un minuscolo pezzo di carta. Un bigliettino caduto da una tasca. Da un carrello.  

Quasi nessuno usa un PC per scriverlo. Sono scritti in genere a mano. Piccoli espressioni di vita quotidiana.

Mafalda guarda il suo. Di fianco al computer. Le ha salvato la settimana. 

Digita l’ultima frase e si rilegge.

Lascia riposare il pezzo per un’ora circa.

Per farlo lievitare.

Poi lo rilegge. Lo corregge. Lo raddrizza.

Un altro pensiero. Un’altra riflessione.

Poi lo invia. Via. Via.

E mentre schiaccia il tasto per la spedizione elettronica, le torna in mente una frase appena scritta, che rimbalza nel cervello come una pallina di gomma:

Nessun computer è in grado di esprimere l’emozione delle parole quanto una penna. Capace di interpretare, esprimere e riflettere sul foglio di carta opaco, chi la tiene in mano. Oltre le parole scritte.

Mafalda sfiora la sua biro preferita. Ne avverte tutta la leggera pesantezza. L’intensità. È sua testimone e interprete di tanti pensieri e di infiniti momenti della sua vita.

Accenna a un sorriso e ringrazia mentalmente chi gliel’ha regalata.

Di meglio poteva donarle poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 24 gennaio 2008,22:26

Il pavimento è bianco in questa stanza. Quadrata. Ampia.

Nell’angolo, a sinistra, una imponente stella arancione di stoffa è sostenuta da un sottile filo trasparente, apparentemente rigido e inflessibile, appoggiato sulla punta dei piedi al suolo. E Infilato in un gancio.

La stella sembra dondolare dolcemente ad ogni respiro.

Sopra di lei, una pianta allunga le sue braccia nel tentativo di sfiorare, se non toccare, la stella.

Invano.

Al centro dello spazio un tavolino rotondo. Col ripiano di vetro. Poco pratico: una mezza sfera infilata in una cornice di metallo patinato. Non si può appoggiarvi su nulla. Ma si può illuminare.

Un quadro è appeso all’incontrario. Il mare è il cielo.

Questione di gusti.

Una libreria è appesa al soffitto. Scende lungo la parete, ma non arriva a terra. Coi piedi sul pavimento . Non serve. Ci sono solo i libri amati. Letti e posseduti. Titoli noti e sconosciuti. Sogni con le ali.

Una finestra guarda fuori. La luce la trapassa con passione.

Una tettoia rossa mattone sovrasta una terrazza infinitamente illimitata.

Blu.

La stanza è pulita. 

C’è poco. O nulla. Sì. Un senso di nulla di troppo. Nulla di molto. Di minimo massimo.

 

Pensieri capovolti. Con la testa penzoloni giù dal divano e gli occhi al soffitto...

 

 

 

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sabato, 19 gennaio 2008,19:17

Alma è seduta su una panchina. Avvolta nel buio freddo della sera. Non c’è niente da fare li intorno. Una sera di un fine settimana qualsiasi. Di un anno qualsiasi. Stasera ci si trova giù in centro. Gli altri sono andati a farsi una pizza. Lei è a corto di soldi. I pantaloni sono costati più del previsto. Fa nulla. Le stanno da dio e non rimpiange di dover rinunciare a qualcosa. Per un mesetto dovrà tirare. Poi arriverà di nuovo la paghetta mensile. Non le importa un granché dei pantaloni. Non le importa di raggiungere gli altri in centro. Non le importa neanche tanto del suo ragazzo. Terribile dirlo. Ma lei in effetti non lo dice. Lo pensa. Non dice tante cose Alma.

Nel buio ci sta bene. Può fare la faccia che vuole. E se il sorriso non le viene, non lo fa. È sola sulla panchina. La passeranno a prendere prima o poi. È sola e sta bene. Laggiù in compagnia sorriderà. E per un po’ si dimenticherà di se stessa.  Lui è giù con gli altri e la terrà per mano e la bacerà sul collo. Deve averlo visto in qualche film o l’ha fatto qualcuno che l’ha impressionato. O gli avranno detto che a “loro” piace, pensa lei. È artificiale nel movimento. Goffo. Ma il risultato è gradevole. Marco è in classe con lei. E lei parla volentieri con Marco. Dei problemi di scuola. Degli amici. Del loro quartiere. Dei genitori che sono come i paletti di uno slalom: da evitare, ma necessari per vincere una gara. E ridono insieme. E fanno l’amore come lo si può solo fare a sedici anni…sperimentando e pensando se piace e come piace. Lui non è il primo. Non sarà neanche l’ultimo. È un amore di passaggio. Questo lei lo sa.

 Lei  a volte si sente vecchia.

Guarda il futuro e si chiede cosa succederà nei prossimi anni. Finora non è successo nulla pensa. Non saprebbe neanche da che parte iniziare a farsi succedere le cose. Diventare grande e fare grandi cose. Come sua madre? Suo padre? Lavorano da una vita. Non hanno mai fatto nulla di grande. Hanno la terza media e sì insomma, niente da dire. Sono bravissime persone. Ma non gli è successo mai niente di importante . Degno di nota.

 Alma pensa che non vuole diventare una grande famosa. Vorrebbe fare qualcosa di grande. Di importante. Ma non sa neanche da che parte iniziare. L’entusiasmo per la vita ce l’ha. Ma non le sembra le sia mai accaduto di aver perso l’occasione giusta. Di aver riconosciuto un segno per decidere cosa fare. Le sembra che la sua vita sia noiosa e destinata a passare inosservata. Non crede alle occasioni piovute dal cielo. Dovrà cercarsele.

 Non vorrebbe pensare. Ma pensa sempre. E cosa farà in tutti quegli anni, li davanti a lei?

 

 

Angelo abita al quarto piano del condominio giallo. L’unico appena riverniciato. Sembra una macchia di sole in una giornata grigia. Come i palazzi che lo circondano. Ha finito il servizio militare da due giorni. Non gli è dispiaciuto farlo, per niente. Non l’ha presa come una condanna a vita. Era un buon pretesto per cambiare strada per un po'. Il futuro è sempre in agguato. Per gli altri. Lui non ci ha mai creduto al futuro. Ha sempre avuto la sensazione di vivere con un istinto animale: adesso e basta. Nessun futuro da pianificare e nessun passato da ricordare. Beh. Quasi. Il passato, seppur breve, c’era. Niente di esilarante. Ma piacevole. La scuola finita. L’università rimandata per chiarirsi le idee: scienze della comunicazione o giurisprudenza? O uno stage prima negli USA per maturare? Sì, come no. E i soldi? E poi cosa farebbe là? Senza Pino, Fulvio e Marcello?

E Claudia? Claudia. Sono insieme fin da quando andavano alle medie. A volte sembrano una vecchia coppia affiatata e fidata. Tutti scommettono sul loro futuro. Tutti tranne loro due. Non se lo dicono. No. Sconvolgerebbero l’esile equilibrio creatosi nel loro microscopico universo: famiglie, parenti, amici e vicini. Poi in fondo si divertono pure insieme. Fanno l’amore da anni e piace a tutti e due.  A lui piace attirarla a se, tenendola per la vita. Ha la vita strettissima.  E mentre le parla, i suoi capezzoli reagiscono al suono della sua voce. E alle sue parole. Lui sa parlarle.  Lui sa dirle quello che lei vuole sentire. E poi lei, a quel punto, cambia il suo sguardo. Questo lo fa letteralmente impazzire. Lui si eccita nel momento in cui lei si stacca dal mondo e gli comunica con gli occhi che è pronta per volare con lui.

Sì, in fondo Claudia è la sua donna. Non ha mai messo in discussione il fatto di non amarla veramente. Ma gli sta nascendo il desiderio di sperimentarsi come maschio anche in giro. Prima o poi sa che cederà. Lo sa come è vera questa sera buia. Nella sua stanza, al buio, vibra di vita pensando all'adrenalina che  lei gli procura. 

L’adrenalina.

L’adrenalina ce l’ha anche quando vola col parapendio sopra le montagne. Quando tiene ferma la vela al vento del suo windsurf. Quando tira al poligono e vince. Quando corre. Tutte adrenaline diverse. Tutte esilaranti.

Il cell è silenzioso. Che fanno quei cretini? Sanno che è tornato. Hanno detto che passavano a prenderlo. Non ne trova neanche uno al cell.

 Si alza in piedi. Il suono di una macchina sotto in strada. Eccoli. No. Non sono loro. E non c’è neanche un cane in giro. Tranne quella bionda seduta sulla panchina nei parchetti di fronte a casa sua. Ferma immobile. Avvolta nel buio. Con quella sciarpa bianca e i pantaloni bianchi. Frammenti di luna di una notte buia. Sembra un bersaglio. Immobile. No, adesso si alza.

 Si muove. Si siede. Sola.

 Angelo l’ammira con gli occhi.

 L’ammira muoversi. Elegante nei movimenti. Giovane. Almeno crede.  

 L’ammira. Ancora. E poi mira.

 Spara. Per il desiderio di un getto di adrenalina mancante. E di follia.

 

E vince…

 

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giovedì, 10 gennaio 2008,20:10

Emërzat è seduta di fianco ad Arife. Sono tutte e due macedoni. Ma una viene dall’Albania. Emërzat porta lo chador. Arife no. Una non si trucca. L’altra sì. Nel gruppo si trovano subito e si mettono a parlare nella loro lingua. Sono estremamente simili nella loro diversità. La lingua le accomuna e le avvicina.

 Arife è nuova qui. Emërzat me la presenta, mentre sto passando da una all’altra compilando la lista dei programmi per l’anno nuovo.

Poi si rimettono a parlare fra loro velocemente, almeno a me sembra così, ma Emërzat non stacca lo sguardo da me e sorride.

 Ascolto il suono di quella lingua a me così estranea: amo il suono delle lingue. Amo il contrasto che si crea passando dall’una all’altra. Si cambia atteggiamento a seconda della lingua parlata. Espressione. Intonazione. È come mischiare colori. Creandone di nuovi. Di nuove tonalità.

 Aspetto quindi. Finché non torneranno a parlare in tedesco per farmi capire. Intanto Emërzat mi sorride. Capisco che parla di me ad Arife. Non ha importanza cosa dica. So che va bene tutto.

 Intanto ricordo un giorno: stavo lavando tazze e tazzine dopo un incontro del gruppo. Emërzat mi si avvicinò e prese ad asciugare quanto avevo messo sullo scolapiatti, nella cucina improvvisata di un ufficio dei servizi sociali: “Anele, io mi annoio a casa. Cucino, pulisco e riordino. Poi mi annoio.”. Arrossendo. Quasi a scusarsi. “Ecco perché sei qui. E io pure.” Le rispondo ridendo. Ride anche lei di gusto.

 Torno al presente perché sento la sua voce nominare il mio nome, mentre si rivolge ad Arife. Vuole che capisca: “Anele ha fatto correggere il mio nome sulle spillette che usiamo qui nel gruppo. Qui lo scrivono senza i puntini sulla “e”. Anche nei miei documenti è così. Sulla spilla è giusto invece.”. Arife mi sorride e approva con la testa. Io dico una qualsiasi cosa per raccontare un’emozione arrivata inaspettatamente.

 A volte quello che per noi è un’inezia, per un’altra persona è un evento. Nel bene. Nel male!

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giovedì, 10 gennaio 2008,20:09

Mi mette sempre allegria e mi da forza: Ümmühan. Con lo chador, sempre intonato al suo vestito.

Un viso tondo e fine. Forse ha superato i trent’anni. Anzi, di sicuro. Il suo tedesco è comprensibile e migliora costantemente.

Conversare con lei mi da la sensazione che ci siano persone che sanno dove andare, senza aver bisogno di calpestare gli altri.

Ha tre figli. La più grande cerca un posto di apprendistato da oltre un anno. È convinta che di non trovarlo perché è turca. Musulmana.

Ümmühan non è d’accordo. Me ne parla. Io sostengo la sua posizione. Anche perché credo in quello che facciamo.

Sì, certo, dobbiamo impegnarci di più. Contro i pregiudizi. Contro l’intolleranza. Ma non contro tutti e tutto. Ma con tutti e tutto.

Chiara e diretta come è lei, mi chiede cosa risponderei  se mi invitasse a casa sua per un caffè. Di mattina, senza figli e mariti. Fra i piedi.

 Accetterei. Ovvio.

 Bene. Mi chiamerà!

 Sì. Certo che lo farà.

 Noi due siamo solo all’inizio. Insieme al resto del mondo.

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domenica, 06 gennaio 2008,23:30

Ad’un tratto la morte passa accanto. Non troppo. Qualche porta più in là. L’avverti per caso. Nell’aria.

Non è vicina. Non fa male di per sé. Fa male per il ricordo perenne della precarietà eterna del piccolo essere umano. Nella sua ricerca inesauribile di permanenza eterna Per altro inesistente.

Due morti in due vigilie. Un incidente. Una malattia.

Penso sempre a chi rimane. Alla voragine sulla quale vacilla. Quando aprendosi strappa dolore e solitudine. Sulla quale domani mi ci potrei trovare io stessa.

Dentro la voragine non fa così male. Fuori è l'inferno.

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domenica, 06 gennaio 2008,10:12
A volte ce n'è cosi' poco che sento il desiderio di buttarlo  via. Per sentirmi ricca e considerarlo superfluo.
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venerdì, 04 gennaio 2008,23:54

Gli sci corrono sotto il cielo stellato. Su un mantello bianco. Scuro: neve all’ombra del buio.

 
Non c’è nulla da raggiungere. Nessuna meta da guadagnare. Nessun pensiero da elaborare. Analizzare. Confermare.

 

Solo un desiderio: Accostare ogni cristallo di neve ad una stella.


 

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mercoledì, 02 gennaio 2008,16:12

Ho bisogno di carta e penna, prima. Il portatile serve, ma dopo.

 

I pensieri corrono disordinati in giro per il cervello. Un groviglio. Non sto facendo molto per classificarli e assegnarli il loro posto. Mi concedo ancora qualche giorno di tregua. Qualche giorno di limbo. Fra l’essere e il divenire. Fra il ricordo e il futuro.

 

Penso a com’è andato l’anno: Bene! Penso a com’è finito l’anno: inaspettatamente bene! Penso alle cose fatte: tante! Alle cose rimandate: troppe!

 

Penso al 2008. A quella moltitudine di progetti, idee, pensieri ed emozioni che mi aspettano: se non li filtro rischio di riempire l’anno nuovo col vuoto.

 

Oggi rimango sospesa.

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giovedì, 13 dicembre 2007,22:00

Notti di sonni spezzati. Di sogni interrotti. Giornate piene di sorrisi veri e falsi. Solitudine pazientemente ricercata. Percepirsi. Anche senza ascoltarsi pensare. Senza poter fare nulla. Senza doverlo fare.

 

L’emozione di ieri esaurisce la sua energia. Avanti, a volte, è guardare indietro. Per essere certi di aver fatto i passi giusti nella direzione sbagliata.

 

Cercare il senso e trovarlo. Concludendo che ogni passo lo ha costruito.

 

Essere pronti al prossimo atto. Nell’immobilità dell’azione cercare la propria traiettoria, tracciandola con un movimento che unisce due punti fermi.

 

 

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martedì, 11 dicembre 2007,15:41
Notte di pioggia. Lacrime fredde sulla terra gelida.

I giochi sono fatti. Si sta chiudendo un ciclo. Controvoglia. Non tutto è ancora finito. Scomparso. Portato via dagli eventi.

Fili sottili di ragnatela, forti e flessibili, resistono ancora. La forbice rimane nel cassetto. Ancora per poco. Forse il momento non è ancora giunto.

Un aereo. Il suo rumore. Porta vite ad altre vite. Sorrisi e lacrime. Indifferenza. Amore. Noia. Un ciclo si chiude. Opporre resistenza è solo uno spreco di energia. Pura.

Difficile da capire, se dopo si teme il vuoto. L'abisso.

Piove.
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