E mentre l’orizzonte scorreva lento dentro il mio pensiero. Il mare mi correva incontro.
Qualche adolescente incoraggiato dall’atmosfera di una gita scolastica s’inoltrava fino alla cintola nell’acqua di aprile.
E mentre l’orizzonte scorreva lento dentro il mio pensiero. Il mare mi correva incontro.
Qualche adolescente incoraggiato dall’atmosfera di una gita scolastica s’inoltrava fino alla cintola nell’acqua di aprile.
Seduto in una stanza guardo il mondo dal basso. Ti guardo.
Ricordo ogni istante del nostro primo incontro. Ricordo ogni carezza che non mi hai negato. Ricordo ogni tuo sorriso.
Mi hai accolto fra le tue braccia quando credevi mi sentissi perso. Mi hai accarezzato guardandomi negli occhi e amandomi immediatamente. È stato un amore sincero il tuo. Irresistibile. Mi hai creduto tuo. No. Non tuo. Ho creduto tu fossi mia. No neanche. Noi non possiamo possedere non ne siamo capaci.
Mi hai creduto e basta!
Possedere perché?
No. Tu no.
Ora, sdraiato al tuo fianco mi dici qualcosa che non capisco. I tuoi occhi nei miei. La tua voce è dolce. Va tutto bene?
E mi metti alla porta.
Seduto davanti a quella specie di muro guardo il mondo dal basso.
Una porta è chiusa e cerco di ricordare le tue parole. Mi hai detto che non sono tuo Che non hai nessun diritto su di me. Che lei mi vuole indietro.
Tuo? Suo?
Io non appartengo a nessuno. Come tu non appartieni a nessuno.
Ti chiamo mentre siedo ancora davanti alla tua porta. Chiusa.
Aprila.
Noi non siamo fatti per le barriere.
Sponge-Pot
(Il "tuo" gatto)
…grazie...
Io cammino piano. Le borse della spesa mi pesano. Sono il doppio delle sue. Mi avvicino all’automobile. Nella mano destra la chiave che tento di premere, con le due dita rimastemi libere, per aprire la serratura automatica delle portiere.
Truccata al punto giusto. Un bel caschetto nero pece a nascondere la sua età. Mal celata dalle profonde rughe del viso. Gli occhi neri, perfettamente intonati al colore dei suoi capelli, risaltavano come pugni negli occhi sulla pelle chiarissima.
Se ne stava li. Davanti a un tavolo vuoto. Parlando di tutti i suoi problemi. Di chi la faceva arrabbiare. Di chi non c’era. Di cosa le mancava. Di quello che aveva di troppo.
L’accento francese dava un tocco di dolcezza al tedesco che parlava. Dolcezza di suono. Durezza di parole. Espressioni di esperienze di vita riassunte nella musicalità della sua voce.
I tavolini intorno a lei erano pieni di gente intenta a mangiare. Ogni tanto qualcuno si girava verso la donna. Soprattutto quando qualche parola di troppo usciva dalla scala dei rumori accettabili. Qualcuno rideva. Qualcuno sorrideva. Qualcuno si intristiva.
Lei era li. In piedi davanti al tavolo di nessuno. Con nessuno seduto al suo tavolo. Rabbiosa e triste. A tratti lamentandosi della sua spesa che non aveva. Della commessa sgarbata che non c‘era. Del suo compagno assente. Del pranzo immangiabile sulla tavola sparecchiata.
Urlava. Si infuriava. Si placava. Per poi ricominciare da capo. Gli stessi argomenti ripetuti in cantilena. All‘infinito.
Discuteva con la sua più acerrima nemica: discuteva con se stessa.
Le dita scorrono abilmente sul bianco e nero. Ripercorrono una strada conosciuta e assaporata in ogni tempo. Il rumore della città non riesce a sovrastare l’intensità delle note richiamate in vita. Insieme ai ricordi mai sepolti.
Notte di buio affacciata alle stelle.
Ogni volta è l’emozione in corsa. Uno squarcio in mezzo al lago permette il passaggio da sponda a sponda. Momenti dove è lecito pensare a tutto. Dove lo specchio nero riflette il cielo. Dove il respiro è profondo e corre a risvegliare una memoria assopita e a preparare quella futura. Sensazioni dimenticate e chiuse in un forziere. Preziose. Perché rare.
Libero il futuro di accadere. Il passato da interpretare oggettivamente. Se necessario.
La musica rimane e sottolinea ogni respiro. Un canto a squarciagola non può che portare la mente oltre ogni pensiero. Pensiero che corre sul filo dell’acqua lontano da ogni realtà e verità relativa.
È mezzanotte. In mezzo a un lago. In mezzo alla notte. In mezzo alla vita. Al centro del cerchio. A metà del percorso.
Lunga è la strada che corre alla metà.
È tempo però di passeggiare. Le corse son fatte. Centellinare il tragitto per non scordare nulla di quel che è stato.
Nulla sarà così l’indomani.
(…in treno)
Il libro appoggiato sulle gambe fa sentire tutto il peso della sua storia. Ancora 200 pagine ed è finito. Ha già divorato oltre 4/5 del libro.
Mafalda non sceglie un libro a caso. Istintivamente le capita in mano quello giusto. Quello che le comunica qualcosa. O le lancia un messaggio personale. Un’idea.
Lo stesso libro, un anno prima o uno dopo, non potrebbe leggerlo. Se lo dimenticherebbe sullo scaffale. Lo rifiuterebbe.
Ma quando il libro è quello giusto allora le basta sfiorarlo, leggere due righe. Rileggere il titolo e sa che è arrivato il momento di leggerlo!
Questa volta poi, il libro non l’ha scelto lei. Gliel’ha regalato un suo amico. Gliel’ha piazzato in mano dicendole Mafalda, questo te lo leggi perché è un libro che ti piace. Storie di vita avventurosa e personaggi fuori di testa come piacciono a te.
Mafalda ha sorriso. Non per ringraziare, ma per la presunzione affettuosa dell’amico di conoscerla. Ed è vero.
Mafalda ricorda di aver guardato però preoccupata il mattone in grembo. Con tutti i libri impilati sullo scaffale che aspettavano il loro turno, questo qui programmava di affrontarlo fra un sei mesi circa. Magari durante le vacanze estive.
Eppure dopo qualche giorno e dopo aver finito un bel giallo americano è toccato a lui.
Lui iniziò ad osservarla dallo scaffale. Con fare paziente e insistente. Lei rispondeva al suo sguardo con discreto distacco. Sapeva che era lui che ci voleva al momento. Aveva voglia di farsi avviluppare dalle sue pagine per qualche settimana. E scomparire fra le sue righe d’inchiostro. Lasciarsi inondare dalle emozioni e riflettere sui suoi messaggi in codice. Sapeva che le avrebbe dato qualcosa da portare con se.
Imbarazzata, si era così scusata con gli altri. Impazienti e impolverati. Abbandonandoli momentaneamente con promesse vane. E scuse di circostanza. Per dedicarsi a lui.
Ora, in questo viaggio in treno lo terminerà. Un paio di centinaia di pagine ancora. Tempo per accomiatarsi dai personaggi. Dal paesaggio. Dai suoi odori. Dai suoi sapori. Rivivere col pensiero i punti salienti felici e sofferti della storia. Un viaggio in una storia altrui. Una storia in viaggio. Con un inizio e una fine. Come il viaggio che sta facendo lei. Con un inizio e una fine.
Viaggi che si ripetono con moto perpetuo evidenziando l’inizio e la fine di un cerchio.
Come la vita.
Mafalda sa, ma non condivide, che per alcuni è una linea retta.
Agire. Reagire. Intraprendere. Risolvere. Attaccare. Difendersi. Fare.
Va tutto bene. Finché si può fare e decidere di decidere o di non decidere. Va tutto bene.
Mafalda spulcia fra i suoi pensieri alla ricerca di qualcosa che non trova. O che trova troppo velocemente e non desidera per forza trovare. Quindi lo ricaccia in fondo alla mente.
I fogli sono sparsi sui cuscini. Il laptop sulla pancia. La pancia sdraiata sul divano. Maffy, la micia, tutta nera, lunga e diritta appiccicata al suo fianco.
Tutto sembra a posto.
Eppure questo momento è inutile. E ogni azione che lo accompagna addirittura ridicola.
Fuori il grigio del cielo. Dentro il grigio dell’anima.
Non serve a nulla. Non serve. Non serve. Non serve.
Questa settimana voleva parlare d’immigrazione. Invece le viene in mente solo la parola inutile.
Mafalda sente un senso d’impotenza sovrannaturale. E rabbia.
Non posso cambiare le cose. Questo è quello che mi brucia. Mi brucia e fa male. Posso solo cambiare me stessa. Ma non l’IO. Posso cambiar il mio pormi di fronte al mondo. Il mio agire e il mio reagire. Il mio pensare razionale.
Non le mie emozioni. Non il mio inconscio.
Mafalda scrive due righe. Poi quattro. Pone la questione principale al lettore:
La sete di potere è la reazione conscia alla paura inconscia del sentirsi impotente?Non tutti i potenti hanno sete di potere. I grandi uomini della nostra storia non erano tutti assetati di potere sebbene potenti.
Essere impotenti davanti alla vita è la peggiore sconfitta che si possa subire? È una sconfitta che ci insegna a crescere o ci piega? Ci spezza?
Mafalda crede che possa spezzarci. Possa piegarci. Possa farci crescere. Dipende da che sconfitta si subisce. Da che senso di impotenza si prova. In quale momento della vita si incrocia questa sensazione di impotenza. Dalle circostanze. Dalla forza personale di chi la subisce.
Davanti alla morte? Davanti alla mancanza di rispetto della vita umana? Davanti all’egoismo personale o sociale? Davanti a un mondo che brucia di solitudine, di abbandono, di menefreghismo ad opera di scintille umane?
Mafalda stasera si sente il mondo. La parte di mondo marcia. Quella che non dovrebbe mai prendere il sopravvento sull’altra. Ma che è presente in ognuno di noi. Quando punta il dito accusatore sulle azioni cattive degli altri. Senza accorgersi che lo sta puntando contro uno specchio.
Chiude il portatile. Da una carezza al gatto. Riceve un miao di consolazione.
Sì lo so Maffy. Domani io non sarò nuova. Ma sarà un nuovo giorno.
Avreste bisogno di un’amnistia. O meglio, ne avrei bisogno io!
Poi ha suddiviso i due ceppi in sottocategorie:
Tutte quelle pendenze pendenti. Rosso fuoco. Scottano. Sono infinite. Ce ne sono tante bastarde. Scorre la lista con gli occhi. Decide con quale partire…
Sì. Quella è la prima. Ma prima mi faccio un bel the con i biscotti: un po’ di piacere prima di svolgere il proprio dovere è un carburante essenziale per arrivare da qualsiasi parte!
È tempo di high-tech. È il tempo in cui il futuro lotta col passato per imporre la sua grandezza. Il suo potere. E non è cosciente che si sta già piegando a lui. Per convertirsi e diventare egli stesso parte di ieri. Destino inevitabile.
Non sempre ci riesce. Non sempre le scatta l'adrenalina in testa. L'adrenalina giusta.
Oggi però si è salvata in extremis. Il suo articolo parla dei biglietti della spesa. Sì, quei piccoli pezzettini di carta su cui si annotano tutte le cosine che mancano in cucina o in bagno. O nell’armadio delle pulizie. Quei pezzettini di carta che si dimenticano spesso a casa quando servono . Rimanendo attaccati al frigorifero o a un pannello.
Le è venuto in mente al supermercato. Fra uno scaffale e l’altro. Fra un litro di latte e il detersivo della lavatrice. Tenendo il suo in mano. Ogni tanto pero se ne trova anche uno per terra. Un minuscolo pezzo di carta. Un bigliettino caduto da una tasca. Da un carrello.
Quasi nessuno usa un PC per scriverlo. Sono scritti in genere a mano. Piccoli espressioni di vita quotidiana.
Mafalda guarda il suo. Di fianco al computer. Le ha salvato la settimana.
Digita l’ultima frase e si rilegge.
Lascia riposare il pezzo per un’ora circa.
Per farlo lievitare.
Poi lo rilegge. Lo corregge. Lo raddrizza.
Un altro pensiero. Un’altra riflessione.
Poi lo invia. Via. Via.
E mentre schiaccia il tasto per la spedizione elettronica, le torna in mente una frase appena scritta, che rimbalza nel cervello come una pallina di gomma:
Nessun computer è in grado di esprimere l’emozione delle parole quanto una penna. Capace di interpretare, esprimere e riflettere sul foglio di carta opaco, chi la tiene in mano. Oltre le parole scritte.
Mafalda sfiora la sua biro preferita. Ne avverte tutta la leggera pesantezza. L’intensità. È sua testimone e interprete di tanti pensieri e di infiniti momenti della sua vita.
Accenna a un sorriso e ringrazia mentalmente chi gliel’ha regalata.
Di meglio poteva donarle poco.
Il pavimento è bianco in questa stanza. Quadrata. Ampia.
Nell’angolo, a sinistra, una imponente stella arancione di stoffa è sostenuta da un sottile filo trasparente, apparentemente rigido e inflessibile, appoggiato sulla punta dei piedi al suolo. E Infilato in un gancio.
La stella sembra dondolare dolcemente ad ogni respiro.
Sopra di lei, una pianta allunga le sue braccia nel tentativo di sfiorare, se non toccare, la stella.
Invano.
Al centro dello spazio un tavolino rotondo. Col ripiano di vetro. Poco pratico: una mezza sfera infilata in una cornice di metallo patinato. Non si può appoggiarvi su nulla. Ma si può illuminare.
Un quadro è appeso all’incontrario. Il mare è il cielo.
Questione di gusti.
Una libreria è appesa al soffitto. Scende lungo la parete, ma non arriva a terra. Coi piedi sul pavimento . Non serve. Ci sono solo i libri amati. Letti e posseduti. Titoli noti e sconosciuti. Sogni con le ali.
Una finestra guarda fuori. La luce la trapassa con passione.
Una tettoia rossa mattone sovrasta una terrazza infinitamente illimitata.
Blu.
La stanza è pulita.
C’è poco. O nulla. Sì. Un senso di nulla di troppo. Nulla di molto. Di minimo massimo.
Alma è seduta su una panchina. Avvolta nel buio freddo della sera. Non c’è niente da fare li intorno. Una sera di un fine settimana qualsiasi. Di un anno qualsiasi. Stasera ci si trova giù in centro. Gli altri sono andati a farsi una pizza. Lei è a corto di soldi. I pantaloni sono costati più del previsto. Fa nulla. Le stanno da dio e non rimpiange di dover rinunciare a qualcosa. Per un mesetto dovrà tirare. Poi arriverà di nuovo la paghetta mensile. Non le importa un granché dei pantaloni. Non le importa di raggiungere gli altri in centro. Non le importa neanche tanto del suo ragazzo. Terribile dirlo. Ma lei in effetti non lo dice. Lo pensa. Non dice tante cose Alma.
Nel buio ci sta bene. Può fare la faccia che vuole. E se il sorriso non le viene, non lo fa. È sola sulla panchina. La passeranno a prendere prima o poi. È sola e sta bene. Laggiù in compagnia sorriderà. E per un po’ si dimenticherà di se stessa. Lui è giù con gli altri e la terrà per mano e la bacerà sul collo. Deve averlo visto in qualche film o l’ha fatto qualcuno che l’ha impressionato. O gli avranno detto che a “loro” piace, pensa lei. È artificiale nel movimento. Goffo. Ma il risultato è gradevole. Marco è in classe con lei. E lei parla volentieri con Marco. Dei problemi di scuola. Degli amici. Del loro quartiere. Dei genitori che sono come i paletti di uno slalom: da evitare, ma necessari per vincere una gara. E ridono insieme. E fanno l’amore come lo si può solo fare a sedici anni…sperimentando e pensando se piace e come piace. Lui non è il primo. Non sarà neanche l’ultimo. È un amore di passaggio. Questo lei lo sa.
Angelo abita al quarto piano del condominio giallo. L’unico appena riverniciato. Sembra una macchia di sole in una giornata grigia. Come i palazzi che lo circondano. Ha finito il servizio militare da due giorni. Non gli è dispiaciuto farlo, per niente. Non l’ha presa come una condanna a vita. Era un buon pretesto per cambiare strada per un po'. Il futuro è sempre in agguato. Per gli altri. Lui non ci ha mai creduto al futuro. Ha sempre avuto la sensazione di vivere con un istinto animale: adesso e basta. Nessun futuro da pianificare e nessun passato da ricordare. Beh. Quasi. Il passato, seppur breve, c’era. Niente di esilarante. Ma piacevole. La scuola finita. L’università rimandata per chiarirsi le idee: scienze della comunicazione o giurisprudenza? O uno stage prima negli USA per maturare? Sì, come no. E i soldi? E poi cosa farebbe là? Senza Pino, Fulvio e Marcello?
E vince…
Emërzat è seduta di fianco ad Arife. Sono tutte e due macedoni. Ma una viene dall’Albania. Emërzat porta lo chador. Arife no. Una non si trucca. L’altra sì. Nel gruppo si trovano subito e si mettono a parlare nella loro lingua. Sono estremamente simili nella loro diversità. La lingua le accomuna e le avvicina.
Poi si rimettono a parlare fra loro velocemente, almeno a me sembra così, ma Emërzat non stacca lo sguardo da me e sorride.
Ümmühan non è d’accordo. Me ne parla. Io sostengo la sua posizione. Anche perché credo in quello che facciamo.
Ad’un tratto la morte passa accanto. Non troppo. Qualche porta più in là. L’avverti per caso. Nell’aria.
Penso sempre a chi rimane. Alla voragine sulla quale vacilla. Quando aprendosi strappa dolore e solitudine. Sulla quale domani mi ci potrei trovare io stessa.
Gli sci corrono sotto il cielo stellato. Su un mantello bianco. Scuro: neve all’ombra del buio.
Non c’è nulla da raggiungere. Nessuna meta da guadagnare. Nessun pensiero da elaborare. Analizzare. Confermare.
Solo un desiderio: Accostare ogni cristallo di neve ad una stella.
Ho bisogno di carta e penna, prima. Il portatile serve, ma dopo.
I pensieri corrono disordinati in giro per il cervello. Un groviglio. Non sto facendo molto per classificarli e assegnarli il loro posto. Mi concedo ancora qualche giorno di tregua. Qualche giorno di limbo. Fra l’essere e il divenire. Fra il ricordo e il futuro.
Penso a com’è andato l’anno: Bene! Penso a com’è finito l’anno: inaspettatamente bene! Penso alle cose fatte: tante! Alle cose rimandate: troppe!
Penso al 2008. A quella moltitudine di progetti, idee, pensieri ed emozioni che mi aspettano: se non li filtro rischio di riempire l’anno nuovo col vuoto.
Oggi rimango sospesa.
Notti di sonni spezzati. Di sogni interrotti. Giornate piene di sorrisi veri e falsi. Solitudine pazientemente ricercata. Percepirsi. Anche senza ascoltarsi pensare. Senza poter fare nulla. Senza doverlo fare.
L’emozione di ieri esaurisce la sua energia. Avanti, a volte, è guardare indietro. Per essere certi di aver fatto i passi giusti nella direzione sbagliata.
Cercare il senso e trovarlo. Concludendo che ogni passo lo ha costruito.
Essere pronti al prossimo atto. Nell’immobilità dell’azione cercare la propria traiettoria, tracciandola con un movimento che unisce due punti fermi.